13 Dicembre 1990: La terra trema

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13 dicembre 1990, una violenta scossa di terremoto di magnitudo 5.6, con ipocentro situato a 12 km di profondità, colpì la costa ionica della Sicilia, appena al largo della Val di Noto.

La provincia di Siracusa fu sconvolta. L’evento sismico causò la perdita di diverse decine di vite umane, centinaia di feriti e decine di migliaia di sfollati. Tra i paesi più duramente colpiti figurano Carlentini, Augusta, Lentini e Melilli. Complessivamente, furono 41 i comuni che riportarono danni più o meno gravi. Il sistema ferroviario lungo le tratte Catania-Caltagirone e Catania-Siracusa subì danni gravi, con la stazione di Brucoli, nella provincia di Siracusa, completamente distrutta.

L’evento noto come “terremoto di Santa Lucia” è anche ricordato come il “terremoto dei silenzi“. Tale soprannome deriva dal fatto che, nelle fasi iniziali dell’emergenza, le informazioni riguardanti l’intensità e l’epicentro del sisma vennero nascoste o non divulgate.

 

Giovanni Fichera, chef, scrittore e docente IPSSART dal 1985 “Federico II” di Siracusa, testimone dell’evento racconta quella notte.

La terra trema

Avevo da poco spento il televisore. Cercavo dentro il letto una posizione comoda, ma l’animo smanioso rendeva i piedi elettrici, in una corsa senza cammino. La buia stanza era attraversata da un filo sottile di luce bianca, regalo della recente illuminazione pubblica. Il led rosso del televisore sembrava fissarmi, incutendomi paura. Era l’occhio di un lupo mannaro, pronto a lazzariarmi al mio minimo movimento. La biancastra luce era la sua luna piena. Era la notte del tredici dicembre. Fuori una tempesta di vento e pioggia, rendeva l’aria carica di mistero. All’improvviso un grande boato, sconquassò la oscurità . Una esplosione ciclopica, come dinamite in una cava, in una eco senza fine. Tutto iniziò a tremare. Il pavimento ondeggiava ed io sceso dal letto navigavo come un gozzo in un mare di scirocco. Era il terremoto. Senza filtro fra pensiero ed azione, mi ritrovai in mutande giù per le scale, come una littorina fuori controllo. La folle corsa fu bruscamente interrotta da uno scontro violento con la mia coscienza. Avevo lasciato i miei genitori, nel loro letto . Tornai su per le scale molli. Erano lì, sospesi nel loro talamo, aggrappati alla mia voce.
– Mamma … Papà … Mammaa … –

Raccolsi mia madre in una coperta e cullandola la portai fuori. Mio padre ci seguiva lentamente;cercava un indumento dignitoso da indossare, per mostrarsi in pubblico. Civettuolo più di una vecchia signora, rovistava l’armadio alla ricerca di vestiti, come un cane alla ricerca di cibo. Piccolo di statura, indossava , solo un paio di slip bianchi che da soli coprivano metà del suo corpo. La sera scivolava nelle lenzuola senza pigiama.
– U Pigiama è po’ spitali. Chi sugnu malato-

Dopo cinque minuti dalla violenta scossa, la nostra casa era diventata la piccola utilitaria di mia madre. Una fila interminabile di macchine mute proteggeva le case. Il cielo era spento. L’urlo del mare si era impadronito dell’aria e irrompeva con violenza coprendo di fredda schiuma bianca i nostri pensieri. Intrappolati nella gelida automobile, si ascoltava la voce rauca della radio. Eravamo impreparati ad affrontare una così grande calamità. Era una punizione Divina? Un segno di Santa Lucia? forse la nostra Patrona aveva deciso di darci una scossa per allontanarci da una vita abietta e lasciva. Pensavo alla esistenza dei miei e mi sembrava poco probabile.. forse dovevamo ringraziarla per essere vivi? Ognuno nel proprio silenzio trovava una risposta. Ma il puntino rosso della radio accesa mi fissava con troppa insistenza. Lo sguardo del lupo non indietreggiava ed io con coraggio iniziai a fissarlo, sfidandolo. Passammo il primo quarto d’ora dentro la macchina. I vetri appannati e la buia notte rendevano difficile la visione; gettavo come con un mulinello il pensiero fuori dai vetri, cercando di pescare la vita.
-La zia, Assunta dove sono…?
-Telefona, mi suggeriva mio padre.
Non avevo il coraggio di tornare a casa.
Scesi con difficoltà dalla macchina e avvolto nel cappotto, salii lentamente le scale. La silente casa era ricca di ombre, mummificata nel suo dolore, violata nella sua verginità. Il telefono era a terra. Non c’era linea, anche lui era diventato muto. Staccai l’energia elettrica, come ad un malato terminale si stacca la flebo. Chiusi la bombola del gas e raccolsi inutilità dalla dispensa. Dalle coperte della camera da letto spuntava un testolina pelosa con due triangoli attaccati sopra:avevamo dimenticato il cane. Scesi velocemente le ripide scale. Davanti il portone mi attendeva mio padre. Nel frattempo la strada si era animata. Le persone erano scese dalle macchine e dialogavano fra loro come in una festa parrocchiale. Spuntavano ad ogni angolo fuochi improvvisati, sembrava a scinzioni. Le fiamme si alzavano dritte nel cielo nero violando l’oscurità. Accanto al disagio si percepiva una solidarietà dimenticata. Si dividevano le preoccupazioni ripartendole sino ad annullarle. Eravamo vivi….
Ognuno portava notizie catastrofiche ed esprimeva, probabilmente in modo inconsapevole una certa soddisfazione nel poterle raccontare additta.
-Scuppiò a sincat –
A Lentini nun ce mancu u paisi
A Sarausa cià statu u maremoto.
Ognuno poi, raccontava l’evento sismico come se fosse stato l’unico testimone.
-Prima mau passu nà bumma, ma nun fineva mai.Poi accumiciò a trimari tutto. I mura parevunu ri gomma, sarritiravanu e sallugavanu. –
In ogni racconto era possibile cogliere la forza misteriosa della natura e la protezione della mano Divina. Dio con i Santi ci entrava sempre. Per me era stato una atto di imparzialità distributiva; per un giorno tutti avevamo tremato per lo stesso motivo. Salutammo i vicini come se partissimo per le vacanze, raccomandandoci à casa, frutto dei sacrifici di una vita.
Partimmo con la fumosa macchina verso l’abitazione di mia sorella. Le strade erano affollate . Ognuno correva come se avesse un primario appuntamento. L’abitazione di Assunta si presentava ordinata nei suoi colori notturni.
Lei era avvolta in una vestaglia di panno celeste. In bocca l’immancabile sigaretta. Quella sera,un tremolio strano percoteva i suoi muscoli, rendendola accesa e vibrante come la fiamma di un camino
Assunta.. pigghia i picciriddi cà ni nieumu ncampagna.
Aspetto Antonio e vi raggiungo.
-Ma ata antisu u terremotu? –
Ognuno di noi aveva il bisogno di raccontare le proprie emozioni, cedendole, per alleggerire la propria tensione.
Uno suono lungo e prolungato mise fine alla inutile conversazione.
Era il campanello.
Con gli occhi spiritati e lucidi, avvolta in cappotto intriso di naftalina fece ingresso la zia.
_Motta sugnu.. Zittittivi. Ata antisu u terremotu. Motta sugnu. Comu haiu intisu iù viatri nun nù putiti capiri.-
-Pina a gnatri nà nà cuntatutu, vinemu di Roma. –
-Ma può essere che tu hai il primato della sofferenza – ? intonava ironico mio padre.
Viatri sicuru staura rummennu. Io mi stava sintennu a televisioni e mi liggeva confirenze e mi faceva i preghieri.-
-Ma quantu cosi facevutu?-
-Bonu Enzu lassamu pedderi cù viatri nun si ci po’ parrari-
Decidemmo di sfollare nella casetta di Ognina, rifugio delle nostre vacanze estive. Arrivammo in campagna alle tre e mezza. La casa, svegliata di soprassalto, sembrava infastidita. Era come in letargo. Le sue funzioni vitali sembravano rallentate e restituiva una gelida accoglienza. Le lenzuola erano bagnate. Il vento freddo penetrava dalle finestre modulando sibili incantatori. Il frigo era vuoto. Sulla credenza due bottiglie d’acqua lippose, accanto a due cappelli di paglia ricordo dell’estate, ci davano un flebile benvenuto.
-Paremu o polo nod- Era megghiu cà murevumu o cauro cà moriri ri friddu.
-L’oro è rimasto a Siracusa?- chiedeva la zia.
-Ricci cà morunu pì mia sì ponu arrubbari tutti cosi-
La zia rimaneva sempre sospesa fra la materialità delle cose e la Divinità della vita, legandole in maniera mirabile.
Il villino era privo di riscaldamento. Ma almeno la zia con il suo continuo parlare scaldava gli animi di una notte troppo fredda. Dopo mezz’ora riuscì a intiepidire anche la casa. Si era portata un sacco di ginisi e aveva acceso la conca, il braciere.
Enzo… vai fora e pigghia du aranci o dui mannarini cà accussi si profuma l’aria.
Pimmia putiti moriri. Tantu cu sà braci facemu a fini ro succi.
Cademmo dentro le lenzuola oltre le quattro. Ma la paura spingeva fuori il sonno e il rumore del vento ingigantiva i nostri timori: passammo la notte svegli, dentro i nostri vestiti.
Il fragore del mare sovrastava ogni cosa. La casa sembrava dovesse essere inghiottita da un momento all’altro da una onda incredibile. I rami degli alberi, piegati dal vento accarezzavano le pareti dell’abitazione e i nostri nervi. Il puntino rosso che avevo lasciato nell’automobile mi inseguiva ancora. Ora mille occhi rossi, al centro della stanza, chiusi in un braciere, mi fissavano; nell’aria buccia di mandarino. Aspettammo con gioia l’arrivo del sole come se fosse la fine di un brutto sogno. Ma la luce violenta rese ancora più duro il nostro nuovo giorno. Non sapevamo cosa fare. Avevamo atteso con ansia la festa di Santa Lucia. Era il momento della tovaglia buona, dell’incignamento degli abiti nuovi, della commozione e degli incontri. Ma oggi, non c’era posto per questo. La brace lentamente si era spenta e con lei per fortuna i mille occhi rossi. Eravamo tutti affamati di notizie. Tredici morti a Carlentini. Danni gravissimi ad Augusta e Melilli. Annullata la festa di Santa Lucia. Chiusi tutti gli uffici pubblici, attivata la macchina della protezione civile. Le emittenti locali continuavano a raccomandare di stare lontano dal mare: il maremoto sembrava imminente. Sciacalli gridavano panico e seminavano terrore sulle televisioni locali. L’acqua gelida della trivella lavò gli stanchi visi. Composti dentro gli spiegazzati vestiti, uscimmo dal cancello, ordinati come una colonia di formiche. In fila indiana raggiungemmo il porticciolo di Ognina. Il mare aveva divorato pezzi di terra restituendoli masticati. L’isolotto sembrava essersi avvicinato. Le barche al centro della darsena danzavano incoscienti sulle violente onde del carrobbio. In silenzio osservavamo l’orizzonte. Nessun uccello solcava l’aria.
-Ma mù riciti chi cì facemu cà-
-Se arriva ù terremotu muremu tutti, nù ‘nata ntisu à televisioni-
-Iù nun saccio natari, mummuriava a zia-
Ci allontanammo rapidamente dal mare per raccogliere piante di borragine. La zuppa campagna esplodeva di verde. Gli asparagi timidamente facevano la loro comparsa e uscivano come chiodi arrugginiti dalla terra nera.
-Santa Luciuzza u miraculu nà fattu-semu tutti assemi come ntà nà scampagnata. Chi diciti nu pigghiamu un cafè, vu paiu iu?
_ mancu mottu. Paremu i figghi i quagghia –
Mio padre rimase in macchina. Si vergognava a mostrarsi in pubblico sbrindellato e con la barba lunga. Consumò il caffè seduto nell’automobile ascoltando canzoni di Battisti.
La zia approfittò per telefonare.
Tornò con il viso bianco come la cera, gli occhi spiritati e spalancati sul mistero.
Una sua vicina le aveva raccontato un avvenimento eccezionale, un miraculu.
– Sintiti. Pare cà di notte in un vicolo di Ortigia, fra la confusione generale, sia comparsa, a un giovane, Santa Lucia. Bionda, alta e dagli occhi azzurri come il cielo, avvolta in un mantello dorato. Ha preso per mano u picciotto e gli ha detto: torna a casa, non hai da temere, Siracusa è salva. Il ragazzo ha smesso di correre ed è stato travolto da una fortissima luce. –
– Ma può esseri cà tu criri a tutti cosi-
-Santa Lucia è cutta. Poi o scuro come poteva vedere i suoi occhi azzurri? Poi Santa Lucia occhi nun n’avi-
Enzo …non ci scherzare cù stì cosi?
Per la prima volta mio padre indietreggio nella sua dirompente ironia.
Il pensiero o l’illusione di una protezione divina era rassicurante e non costava nulla. Cambiò rapidamente discorso e sfiorandosi la gibbosa pancia, disse :- finemila i mangiari chiacchiri, a fami e fami.
Puntammo la macchina verso o Paiseddu. I pochi supermercati di Cassibile erano stracolmi. La gente caricava nei carrelli, scorte di olio, zucchero, caffè, carta igienica e tonnellate di surgelati. Era un assalto al superfluo. Lo scatolame era il prodotto più richiesto. Si acquistava cibo e si elargiva cicaleccio. Eravamo un popolo di sopravvissuti.
La ressa al supermercato scoraggiò mio padre.
-Amunì a macelleria o ntà nà putìa-

Per la prima volta i cognati si trovarono d’accordo, anche se con spinte motivazionali diverse.
-Si amunì, in caso di terremoto, non ci sono abbastanza uscite di sicurezza. Facemu a fini rò succi, nì pistunu comu a racina.-
In macelleria i cordoni di salsiccia rugginosi pendevano dai ganci metallici.
Li osservavo con attenzione, erano il sismografo della situazione; un oscillazione improvvisa, anche lenta, indicava il movimento tellurico.
Tornammo velocemente a casa. Dietro il cancello, Biagio, il cagnolino di famiglia, intonava lamenti sfocati e correva su e giù per il viale di ingresso.
In ogni gesto, in ogni simbolo,in ogni azione era possibile leggere qualcosa.
_I cani sentono u terremotu, prima cà arriva-
-Pi mia iavi i zicchi-Poi iè macari suddu comu fà sentiri ù terremotu-
Riaccendemmo u ginisi: carbonella di buccie di mandorle, meravigliosa invenzione contadina. Sistemammo la salsiccia sul braciere, per una cottura a fuoco lento. In cucina la zia preparava una insalata di arance e cipolla novella. Nella grossa pentola di alluminio, panciuta come una barca, cuoceva a sinapa. Il profumo pungente della salsiccia riempiva la casa di buon umore. In cartocci improvvisati di stagnola furono sistemati gli asparagi assieme a sottili rondelle di patate umettate con un filo d’olio. Il cazzamarro fu accovacciato sotto la cenere. La casa tornava a esprimere energia. La tavola ancora una volta consacrava un rito e segnava il ritorno alla normalità. Seduti attorno al tavolo, punzonati al cibo, mordevamo con ferocia i caddozzi di sasizza, riassaporando il calore della vita. Lo scremare del sole dietro le chiomate colline, faceva rispuntare dentro la conca gli occhi rossi. Il pomeriggio si passò a ispezionare la casa. Si cercavano crepe giovani. Ma la costruzione era intatta, solida come il nostro appetito.
_Pina …mà cù à distruggiri stà casa, iè comu à tià, acciaccata mà ha addritta.
In campagna, chiusi dietro le sbarre protettive, il tempo non passava mai. Il suono monotono della televisione scortava la nostra sera, verso l’attesa di una annunciata scossa: la replica. Le ore diventavano macigni e rimbalzavano con durezza sui nostri vigori. Il buio inghiottì la campagna e il mare tornò a sgolarsi, sembrava lanciasse un monito e contemporaneamente un grido di dolore. I vetri appannati, umidi di condensa dolce restituivano l’odore dei fagioli misti alla borragine. Ogni tanto una girata leggera o ginisi. I gesti si erano fatti molli. Alle otto avevamo già finito di mangiare.
La zia, piegata sui suoi occhiali,incrociava gli aghi,realizzando uno scialle; ogni tanto un biascichio:
– Chi ura sù?- iù stà sira nun rommu, aspettu…-
– Ma si nà piula, pari un ncuccu di malauguriu- U stà chiamannu –

Replicava mio padre.
Le carte siciliane sbattute sul tavolo allungavano le ore. Io mi giravo per la casa alla ricerca del nulla. Prendevo in mano qualsiasi oggetto; lo guardavo con cura come un medico con il suo paziente e lo riponevo con la stessa delicatezza con cui l’avevo sollevato. Tutto per non posare gli occhi sul braciere. Da anni non sopportavo una qualsiasi luce rossa, riflessa nel buio. Avevo sognato mia nonna, poco dopo la sua morte, con un fiammifero acceso sul palmo della mano. La sua immagine scontornata spariva lasciando solo il posto al riverbero del fuoco . Questo occhio rosso come la lava, aperto sulla oscurità mi inseguiva minaccioso. Era una presenza costante e una sfida continua. La paura mi faceva sempre indietreggiare e lui si gonfiava del mio timore assumendo mutevoli sembianze: ora era un lupinaru, ora un fantasma, ora un serpente. Spesso lo incontravo fuori, nello stop di una macchina , nel rosso del semaforo, ma averlo in casa accresceva la mia fantasia e le mie angosce.
_Ata ntisu? Ma a passu cà ha trimatu à seggìa-
-Viri cà iè ù pakkinson-
intonava mio padre dalla camera da letto.
-Ma può essere che in questa casa non si può dormire?
-Fra fasoli i sira, sasizza di matina, cuccu nmezza à casa, megghiu nà motti subitanea, cà sintiriti parrari-
I letti furono riscaldati con bottiglie di acqua calda. Dormivamo stipati come le acciughe con gli occhi aperti sui fruscii. Alle sei la caffettiera, annunziava il risveglio.
-Vivi semu – canta la zia.
-Ma chini di dulura- intona il cognato.
Si decise di tornare a Siracusa. Caricammo velocemente in macchina bagagli e preoccupazioni. Le scuole erano chiuse. In città si respirava una strana aria. Il traffico era inestricabile. Salimmo velocemente le ripide scale. Sulla porta di casa la targa di ottone: Vincenzo Fichera. Fu come ritrovare la propria identità. Il superamento di quella soglia aveva il significato del ritorno alla vita, alla normalità di una esistenza piacevolmente banale.
– Lidia, l’oro c’è?- I soddi ci sù?

Non mancava nulla, ma la casa puzzava di terremoto. I bicchieri erano caduti dalla credenza e mille cocci rifulgevano sul pavimento bianco. L’orologio della cucina, aveva ingoiato il tempo, riposava a terra 39

fermo sull’ora del sisma. I letti disfatti, davano l’idea di una fuga repentina. Per fortuna nessuna luce rossa dentro casa. La riscoperta dell’acqua calda fu una esperienza emozionante. In coda davanti il bagno consumammo una doccia carica di vitalità. Mio padre indossò i suoi slip-bermuda e una candida canottiera bianca. La dura barba fu falciata in fretta. In viso frammenti di sangue coagulato gli davano un colorito rosato. Si girava per casa schiffariati. C’era una aria di attesa. Quel giorno a pranzo fu la festa degli affettati. La mortadella tagliata sottile inondava la cucina di vecchi profumi. Mi tornava in mente una salumeria in via Maestranza. Un cilindro enorme di carne e lardelli di elevata qualità con piccole macchie verdognole di coriandolo, marezzato da gocce di grasso, posato su un enorme tagliere di legno, dava il benvenuto agli avventori. Gli umori, poi, lattiginosi del pecorino di quella putia, gonfiavano le narici e trafiggevano l’animo anche del più inappetente. Ogni prodotto emanava un suono particolare e insieme esprimevano una sublime soavità. Si stava in bottega ad ascoltare l’eco del gusto. Tappata la fame decisi di saziare la curiosità. Presi la moto dal garage e girai tutta la città come se avessi perso qualcosa. Raggiunsi l’isola di Ortigia. Gli alberi allineati ai lati della marina, sembravano gendarmi sbarcati per proteggere l’isolotto.

Il mare frangeva sulla bitorzoluta banchina, in un moto perpetuo come il ticchettio di un orologio, dando il tempo della esistenza. L’isola esprimeva energia, circondata da una luce bianca accecante, aveva digerito indenne il terremoto. I palazzi nobiliari erano lì pietrificati a dispetto del tempo e della natura. Sfidavano il cielo azzurro e si lasciavano accarezzare da stormi di uccelli neri. Solo i negozi narravano disagi. Le serrande abbassate, le luminarie della festa spente facevano da corredo alle ferite inflitte alla sensibilità isolana. Piazza Duomo era deserta. Dentro la casa municipale, protetta da vetri blindati, si scorgeva la figura della carrozza del Senato. Il vento gelido di tramontana mi spingeva a trovare riparo. Avevo bisogno di calore. A passo veloce, superato l’enorme cancello in ferro battuto, mi trovai dentro il Duomo. Un’isola nell’isola. L’odore di incenso saturava i polmoni. Dalle piccole finestre, entrava una luce colorata, caleidoscopica. L’enorme colonnato sorreggeva millenni di storia di una città fantastica. Mi dava l’impressione ora di un ragno enorme, dalle zampe giganti, ora di una astronave pronta per il decollo. L’acquasantiera vuota segnava una grande sete di misericordia. Formiche umane curve, genuflesse sui propri pensieri pregavano, lanciando un urlo a Dio. Sorpreso dalla confusione, trovai riparo dietro una enorme colonna greca, segnata dalla umana storia e dalla forza misteriosa e esplosiva della natura. Era ciaccata in più punti ma esprimeva ancora una vitalità primitiva. Rapito dalle voci e dal profumo, stordito dalla grandiosità e dalla proprietà della luce, segnato dalla stanchezza scivolai lentamente a terra … e iniziai a sognare.
– La cattedrale si sollevò di botto, come sotto la spinta di un propulsore atomico, su verso il cielo. Ingoiai nuvole di zucchero. Solo, dritto sull’altare, timonavo questo veicolo di pietra bianca.

Il vento mi faceva lacrimare gli occhi. L’isola appariva piccola, non si scorgevano più i palazzi, ma solo macchie di colore. In mare aperto, piccole luci indicavano una coraggiosa presenza umana; la superficie era come la schiuma di un enorme cappuccino. Di colpo, aggrappato ad un smisurato lampadario, la chiesa si abbassò repentinamente, come se stesse precipitando. Si fermò a pochi metri da una casa in via Nizza. Dalle finestre era possibile scorgere un bambino imbrigliato in abiti nuovi. Teneva le mani alle orecchie e sembrava un uovo appena depositato. All’improvviso il cielo si riempì di scie di fuoco e conati di fumo: erano i fuochi d’artificio di Santa Lucia. Due donne accarezzano il viso tenero di quell’uovo non schiuso. Cercavano di rasserenarlo. Lo sollevarono e lo misero dietro i vetri. Conoscevo quegli occhi. Il mio sguardo incontrò quello del bambino. Correvo dentro i suoi occhi. Fu buio. Le mani veloci si strinsero sulle orecchie gelate. Persi il controllo e malamente caddi dall’astronave di pietra. Mi svegliai bruscamente, in bocca il sapore del ricordo,nel cuore quello della nostalgia. I rintocchi della campana mi sguazzariavano dentro la testa, comi i bummi rà sciuta i San Paolo.

A passi veloci raggiunsi l’uscita; solo una breve sosta sul sagrato e un segno di croce disegnato sul petto. Lasciai l’astronave e imboccai la strada di casa. Scese la sera e con lei si rinnovarono le apprensioni. Il letto era come pieno di spine. L’occhio rosso del televisore era dilatato sui miei batticuori infantili e mi osservava con una devastante forza penetrante. Nell’aria puzza di terremoto.
– Giovanni … chi fa nù dommi? Ti giri cà pari ‘ntuppettu.
– L’orologio segnava mezzanotte e trenta. La nottata era ancora lunga. Il vento bussava alle persiane di legno e penetrava nelle mie narici, solleticando la mia fantasia. Con le mani aperte al soffitto mi consegnai al sonno.

La mattina, la casa odorava di bucato fresco. Mio padre si sbarbava canticchiando. Mia madre sdraiata sul letto guardava la televisione. La luce aveva trapassato i muri bianchi e picchiettava sul mio viso donandomi un sereno risveglio. Il terremoto era lontano. La zia carica di spesa e cianfrusaglie, come un mulu saddignolu , fece un ingresso spettacolare come un carro di carnevale. Lei era l’allegoria della vita. Teneva sotto braccio una lampadina tascabile e in testa un elmetto giallo da minatore.
-Pina mà comu tà cumminatu? Pari nà pizzara.
-Cù si vaddò si sabbò?-
-Stanotte ho fatto preghiere per tutti … mi sono raccomandata a padre Pio e a Papa Giovanni-
– Certu nunnnaiu chiusu occhiu ma sugnu felici… siti tutti vivi-.
-Pì mia puteutu rommiri… pezzu rì piùla-
La zia aveva preparato per festeggiare l’anniversario della vita la pancia del maiale ripiena di riso e pezzi di mortadella. Con le mani inzivate e gli occhi lucidi dal piacere cantava:
– Cu’si marita sta sempri infrastornu, cu’ammazza un porcu la passa scialannu, cu’si marita si scanta d’un cornu, cu’ammazza un porcu nun temi dannu, cu’si marita rivali havi attornu, cu’ ammazza un porcu nun havi ‘st’affannu, cu’si marita sta cuntentu gnornu cu’ ammazza un porcu sta contentu un annu!
-Lidia ha capitu-
Mia madre rideva divertita.
La puzza del maiale bollito si era appropriata dell’aria, invadendo le scale, sfiorando persino la fermata dell’autobus. Lentamente si tornava alla normalità. La domenica del 16 dicembre, dopo un pesante polpettone, si ascoltavano le partite alla radio. Io e mio nipote Davide eravamo sdraiati sul mio lettino. Un boato e la casa iniziò a tremare . Io e Davide inforcammo le scale, lanciandoci come sassi da pianerottolo a pianerottolo.

Si tornava a tremare.

La scossa fu lieve ma i timori dei giorni precedenti l’avevano ingigantita. Restammo sotto ad aspettare, osservavamo il palazzo come se da un momento all’altro dovesse cadere , inghiottendo definitivamente tutti i nostri affetti. Quella sera ci trasferimmo in campagna. C’eravamo tutti. Furono giorni felici quelli trascorsi nella gelida casetta di Ognina.

Tornammo a Siracusa per la festa di Santa Lucia. La piazza gremita accolse con un immenso applauso il simulacro argenteo, portato a spalla dai pompieri.

Dietro i vetri un bimbo, appeso al collo della madre, nell’aria tanti occhi rossi.

di Giovanni Fichera