Chiedete il diritto all’accesso alla vita

I Maestri, coloro che sanno e sanno fare, sono sempre stati cruciali per la crescita di una Nazione, ma oggi il chiacchiericcio spesso insulso dei social networks li ha resi indispensabili come fari in una nebbia di miti, false credenze, pregiudizi e fake news. La competenza contrapposta al mero “esserci”.
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di Giuseppe Tammaro
dal Libro: “MAESTRI E NUOVE GUIDE”  presentato presso la CAMERA DEI DEPUTATI – Palazzo Montecitorio – novembre 2017


“Oggi più che mai avvertiamo la mancanza di maestri, anche volendo significare con il termine non solo i punti di riferimento polari del sapere ma anche insegnanti capaci di trasferire la loro curiosità intellettuale agli studenti, aprendo nuovi orizzonti, gettando le basi della loro formazione non solo culturale ma anche sociale e umana.

Da questi ho acquisito valori, metodo e una cultura del fare orientata agli obiettivi, a dare importanza alle evidenze e ai fatti contrapponendoli al vuoto rumore delle polemiche, alle opinioni urlate. Insegnamenti che cerco di applicare quotidianamente con l’obiettivo di trasmettere, a chi segue, quanto si è ricevuto, posto che ciascuno è parte di un noi, fibra di un infinito tessuto che non possiamo smettere di ordire, nell’intento di creare le condizioni per preparare una qualificata classe dirigente del futuro. Un progetto, questo, che nell’attuale realtà si impone come un imperativo categorico osservabile solo se non veniamo attratti dalle sirene del divertissment e del conseguente stordimento dell’uomo che si allontana da Dio di cui parla Pascal. Un allontanarsi interpretabile, anche in modo laico, come l’allontanarsi da ogni orizzonte di senso, da ogni possibilità di poter conseguire alcuna verità, quanto meno intesa come sapere condiviso. Un dibattito intellettuale a livello planetario dovrebbe costituire il presupposto metodologico per individuare nuove verità, come avvenne in Europa attraverso quel fecondo confronto di idee di cui furono protagonisti, a livello transnazionale, i grandi interpreti dell’Umanesimo. In Italia questo incessante lavoro di tessitura a cui ho prima accennato sembra essersi arrestato o, forse, stenta a individuare il modo migliore con cui proseguire il disegno della trama. Più che mai è attuale il pensiero di Einstein che ne “Il mondo come lo vedo io” sostiene che la Crisi è soprattutto la crisi dell’incompetenza. Una conseguenza della crisi della formazione nella scuola, nelle università, nei centri di ricerca e nelle scuole professionali che coinvolge non solo il sapere accademico e teorico, anche il saper fare. È entrata in crisi la trasmissione e lo sviluppo, di generazione in generazione, del Sapere, del sistematico “allevamento” di talenti che diventano guide, Maestri.

Fuor di metafora, la situazione è di assoluta immobilità o costellata da tentativi inadeguati e fallimentari. I dati parlano chiaro: la prima voce di spesa di un bilancio nazionale, dopo sanità e pensioni, dovrebbe essere quella destinata al Ministero del Sapere. Curiosamente in Italia assistiamo al fenomeno inverso. Un debito pubblico “monstre” di oltre 2.000 miliardi di euro preme l’affannosa ricerca di risorse che si traducono in tagli su tutti i Servizi, e quindi sulla scuola, e quindi sul nostro futuro. Ma non è solo una questione (importante) di soldi e di risorse. Dagli anni settanta assistiamo in Italia ad una lenta deriva culturale in tema di istruzione e formazione. Nel dopoguerra il Ministero della Pubblica Istruzione ha avuto il gravoso compito di insegnare agli italiani a leggere e a scrivere sradicando il diffuso analfabetismo. La politica insomma si era dato un obiettivo di medio-lungo termine, una politica ancora capace di avere una visione, di incidere, di decidere. Negli anni successivi al 1968 importanti conquiste come la scolarizzazione di massa e il conseguente innesco dell’ascensore sociale sono diventati nell’immaginario collettivo diritto “a prescindere”: a prescindere dal merito, dal talento, dalle inclinazioni, dalle diversità, dall’impegno profuso dai singoli. Il virus del tutto a tutti, per tutto, si è diffuso su tutto il territorio nazionale. Il merito e il talento soffocati spesso dalla sindacalizzazione del 6 politico. Docenti demotivati, fuga all’estero dei migliori. Per dirla alla Galli della Loggia “…………. la politica ha abdicato” lasciando spazio ad una presunta esigenza di “… tecnica e autonomia”. La scuola, lo studio, l’esercizio dovrebbero in primis sviluppare il senso critico, dare strumenti di lettura per la formazione di opinioni. Insomma formare il moderno Civis in grado di essere parte di una democrazia, votare con consapevolezza, giudicare nel mare delle fake news cosa è vero o verosimile e cosa no, eleggere un politico sulla base del contenuto dei suoi programmi (se ce li comunicassero…) e non (solo) sulle sue abilità di marketing, saper leggere il quesito di un referendum. E tra i migliori far emergere i Cives Guida, i Maestri. Invece la ritirata della politica dalla scuola ha depresso il merito, dando sempre più ossigeno alle corporazioni, alle baronie universitarie. La scomparsa di un progetto a medio lungo termine sulla formazione di questo Paese ha contribuito a creare il mito del figlio laureato in milioni di genitori, facendo loro credere che questa conquista fosse un diritto irrinunciabile, creando dei liceali frustrati laddove le inclinazioni dei propri pargoli sono evidentemente diverse, protestando a gran voce con gli insegnanti per voti insufficienti o bocciature (stando ai dati ormai quasi scomparse), relegando, nell’immaginario collettivo, a cittadini di serie B artigiani, falegnami, conciatori, tecnici specializzati. Abbiamo creato il mito della laurea a prescindere.

Ironia della sorte, come dicono i dati, ne creiamo pochi, ne perdiamo i migliori, e nel frattempo perdiamo di vista le eccellenze artigiane sulle quali l’Italia ha costruito la gran parte dei suoi successi. È nella scuola, soprattutto media inferiore e superiore, che i ragazzi andrebbero incoraggiati nelle loro inclinazioni indirizzando verso gli studi e le tecniche che più si addicono al singolo (non a tutti, al singolo). Invece i licei, classico e scientifico soprattutto, si affollano di ragazzi ai quali spesso i genitori “impongono” di studiare, facendo pressing su un corpo docente sfiancato, che nella migliore delle ipotesi deve livellare verso il basso il programma di studi per aspettare i peggiori.

In questo clima i Maestri, siano essi ricercatori, medici, ingegneri o sarti, conciatori, falegnami, fanno molta fatica ad emergere. È una bugia, o una facile scorciatoia, dire che la scuola va cambiata perché non forma lavoratori “plug and play”, ready to go. Un tecnico specializzato che sappia a memoria le funzioni di un robot ma che non sappia interpretarne le funzioni, che non sappia leggere e scrivere in modo corretto, o relazionarsi in modo conciso e chiaro con i suoi colleghi, andrà poco lontano. Al cambiare del robot, o, semplicemente, della tecnologia, sarà in seria difficoltà, in un mondo nel quale le tecnologie non evolvono più, saltano, sono disruptive, hanno cicli di vita sempre più brevi.

Paradossalmente, malgrado le mancate riforme strutturali dell’istruzione italiana, il talento emerge comunque, ma non trovando riconoscimento in Italia emigra all’estero. Investiamo per formare medici che eserciteranno magari nel Regno Unito, consapevoli che oggi in Italia i medici in attività hanno un’età media di 50 anni. La politica non ha la visione di cosa succederà dopo, di chi curerà gli italiani che stanno diventando sempre più vecchi. Non è diverso per gli architetti, i fisici, i matematici. Parlo di dati medi, tralasciando le ancora drammatiche differenze di flussi migratori di cervelli tra il Sud e il Nord dell’Italia, un’emorragia se guardiamo alle Università di Bari, Napoli, Palermo, solo per citarne alcune. E i flussi di emigrazione netta continuano a crescere nonostante la tenue ripresa del PIL, con un saldo ufficiale di 80.000 emigranti all’anno, senza contare quelli che si sono trasferiti
stabilmente lasciando la residenza in Italia. 80.000 persone che non creeranno domanda in
Italia, in media, per 16.000 euro l’anno, spesso laureati, spesso i migliori. Magari hanno provato a fare ricerca nelle Università, scontrandosi con budgets scarsissimi e baronie. Oppure, semplicemente, hanno cercato di aprire un’attività, scontrandosi con corporazioni e liberalizzazioni fin qui solo sbandierate. Farmacisti contro le parafarmacie, tassisti contro Uber, albergatori contro Airbnb, guerra alla riapertura delle gare per le concessioni per banchi ai mercati rionali da parte chi ha già (decine) di concessioni, coste italiane che hanno concessioni demaniali lunghissime a prezzi irrisori (pochissime speranze di aprire un lido).

Le corporazioni italiane alzano barricate contro la sharing economy, contro la concorrenza, e, in definitiva, contro un’intera generazione che cerca di lavorare. Ovviamente nel Sud del Paese le difficoltà sono amplificate da infrastrutture spesso inesistenti (nella Costa ionica della Calabria i treni non sono elettrificati) e, in almeno quattro regioni, dalla presenza di Mafie.

Siamo seduti su un patrimonio storico-culturale, architettonico e paesaggistico di inestimabile valore e lo stiamo distruggendo. Non è vero che esistono generazioni pigre, l’indole e la voglia di fare sono genetici e appartengono all’essere umano. Il problema attuale è la cesura esistente tra l’autorità che puoi esercitare senza subirne le conseguenze. Siamo un paese immobile e privo di progetti riformatori ispirati a una visione socio-politico-culturale di carattere sistemico. Siamo il risultato di una industrializzazione non degna di un paese all’altezza dei tempi. Scontiamo ritardi storici, quali una politica industriale non prospettica; la distruzione della cantieristica navale e dell’artigianato, tra le attività più prestigiose d’Italia; e il repentino passaggio alla società post-industriale senza aver conosciuto la stagione di una solida cultura imprenditoriale e, più in generale, di una cultura grande-borghese. La mancanza di tali paradigmi ha determinato così scelte politiche non all’altezza delle sfide poste dal nuovo mondo del lavoro nato con l’avvento del terziario avanzato. Siamo in presenza, anche a seguito della crisi delle ideologie, della società aperta di cui parlava il filosofo Popper, ma ben lontana da quella da lui teorizzata, che derivava da una elaborazione degli ideali fondativi di una organizzazione democratica e specificatamente di quelli attinenti alla connessione tramite concetti di libertà e responsabilità individuali. La prassi storica che ci ha portati all’oggi, foriera di disorientamento, confusione, individualismo qualunquistico, ha prodotto lo smarrimento del senso della lezione popperiana.

Cosa fare? Valorizziamo i docenti, i Maestri, quelli validi, a tutti i livelli. Riportiamo il merito e la selezione a scuola. Non abbiamo paura di dire ai ragazzi quali sono i le loro attitudini, indirizziamoli verso una formazione che li valorizzi. Leviamo dalle strade i bambini in aree dove lo Stato si è ritirato: le Mafie a Scampia, Palermo, Bari si contengono e si arginano con le Forze dell’ordine, ma si possono sconfiggere solo strappandoli alla strada e portandoli a scuola. È nella scuola, insieme alla famiglia, che si trasmette l’Etica, i valori di fondo che consentono ad una democrazia di rafforzarsi e svilupparsi. Il sapere non è soltanto una faccenda che coinvolge l’Io. Ciò che impariamo viene dal passato, noi ne siamo portatori per trasmetterlo alle generazioni future, possibilmente arricchendolo, ampliandolo, approfondendolo. È lo studio dei grandi “Pensatori”, siano essi filosofi, storici o poeti, che pongono nei ragazzi domande alle quali non si trova risposta nei social networks. La scuola come “terra di coltura” del talento, a tutti i livelli. Eliminiamo le odiose barriere corporative frutto di un arroccamento di generazioni che si sentono minacciate dal futuro. Liberiamo il talento, la capacità di fare e l’intraprendenza dei ragazzi che si affacciano al mondo del lavoro.

Liberalizziamo, ma facciamolo sul serio, poniamo poche regole del gioco, ma chiare, percepibili da tutti, con sanzioni efficaci e rapide, che incoraggino la concorrenza e la selezione dei servizi e dei prodotti migliori. Uber non sarebbe cosi popolare se i taxi offrissero un servizio decente, soprattutto nelle grandi città. Airbnb non sarebbe cosi popolare se in molte regioni gli alberghi offrissero qualità ad un prezzo accettabile. E la lista degli esempi non finisce qui. In Italia sulla concorrenza e sul merito stiamo procedendo in retromarcia mentre altri corrono in avanti. Liberiamo il talento e il saper fare dagli eccessi della burocrazia e da una governance ormai inadeguata, dall’ottuso rimpallo di responsabilità quando crolla un ponte, da estenuanti attese di un permesso chiesto a suon di bolli, certificati, pellegrinaggi tra comuni, regioni, province, Genio Civile e mille altri enti dove spesso si ha la sensazione di dover provare di essere nati. La burocrazia oggi è sinonimo di Male. Ma una burocrazia efficiente è necessaria, è il motore di uno Stato efficiente. Si può fare? Sì. Se una politica forte lo decide sì. Formando (come in Francia, e nelle moderne democrazie) Élite della Burocrazia: tecnici e managers le cui performances siano misurate e misurabili. Nel mondo anglosassone si chiamo SLA: standard levels agreements, indicatori di carriere e remunerazioni agganciate ai risultati. Misurabili.
Attribuzione di responsabilità univoche al posto di una distribuzione diffusa di autorità tra Enti che diventa impunità quando le cose vanno male. Sganciamoci dall’eccesso di democrazia che sta facendo morire la democrazia e il Paese. Autorità e responsabilità sono facce della stessa medaglia. Se nell’immediato dopoguerra si è voluto vaccinare l’Italia dalla dittatura con un sistema di pesi e contrappesi (vedi il bicameralismo) oggi è urgente chiedersi se il bailamme di autorità senza responsabilità che si è venuto a creare non sia solo un mezzo per esercitare veti incrociati assolvendo tutti dalla responsabilità che ne consegue. Per ottenere le autorizzazioni necessarie ad aprire un capannone industriale in Italia ci vogliono dai 4 a 6 anni. In Europa la media è 18 mesi. Il saper fare emigra. Chi non può permettersi di aspettare va altrove. Eppure ho conosciuto politici e burocratici eccellenti, onesti, intelligenti. Dire che sono tutti disonesti o incapaci è falso o quantomeno qualunquistico. Come per ogni altra categoria vi è rappresentato l’intero spettro delle capacità o incapacità umane. Il cuore del problema è la governance, vecchia di 70 anni, che con la confusione della riforma creata dall’art. V sulle attribuzione delle deleghe alle Regioni è ulteriormente piombato nel caos.
L’aumento delle discrezionalità diffuse fa si che ciò che non si può fare a Bari lo si può fare a Reggio Emilia, rafforzando il grande Nemico del Fare, degli investimenti: incertezza, moltiplicando incarichi e poltrone, ampliando il baratro del debito pubblico. E laddove (quasi sempre) la stratificazione successiva di norme, leggi, regolamenti a tutti i livelli crea voragini interpretative ecco che le questioni si dirimono in tribunale. Con tempi biblici. La politica così facendo non si è solo ritirata dalla scuola, si è ritirata da se stessa, cioè dal ruolo di arbitro, chiamando in causa la magistratura che a volte, suo malgrado, emette sentenze che creano

Diritto al posto del Governo. Il ciclo virtuoso della democrazia, con il popolo che delega i suoi rappresentanti, la sua élite, affinché governi con leggi e regole chiare si è spezzato e l’avvento di una Europa lontana, con norme e burocrazia incomprensibili, sta aumentando, se possibile, la confusione.

Questa descrizione realistica e fortemente preoccupante non può indurci nel modo più assoluto alla rassegnazione. Occorre operare a livello individuale e collettivo perché le future classi dirigenti si rendano conto del ruolo cruciale che assume il sapere, non demandato supinamente alle ammalianti sirene della tecnologia (e non solo), ma a coloro, e quanti più possibile, che generano lo sviluppo vero di una nazione avendo raggiunto il potere con l’acquisizione della cultura del proprio ruolo nella società a tutti i livelli. Non a caso B. Brecht in conclusione della sua Lode dell’imparare, dice testualmente: «Controlla il conto […].Tu devi prendere il potere». Poiché in ogni tempo e luogo, e al di là delle diverse ideologie, sembra consonante con quanto sosteneva Bacone, un grande interprete della rivoluzione scientifica occidentale e che egli stesso sintetizzò nella formula «sapere è potere».

* un ringraziamento particolare ad Antonio de Falco per la sua consulenza “filosofica” su alcuni autori richiamati nell’articolo.”

Articolo di Giuseppe Tammaro
Amministratore del Gruppo Global Solar Fund Italia,
Manager con esperienze nei settori Energia, Finanza e Automotive

 

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