Cinque motivi per cui Andy Warhol è così popolare in questo momento

Harriet Fletcher, Lancaster University and Declan Lloyd, Lancaster University
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Andy Warhol, come un’immagine su una delle sue serigrafie, si sta moltiplicando. Improvvisamente, è ovunque: in serie di documentari (The Andy Warhol Diaries on Netflix and Andy Warhol’s America on the BBC), in opere teatrali (The Collaboration at the Young Vic in London),e presto, in una casa d’aste(il suo quadro Marilyn Monroe  è in vendita da Christie’s a maggio). Allora perché l’attuale ossessione per l’artista pop? Crediamo che ci siano risonanze impressionanti con il nostro momento contemporaneo che potrebbero alimentare il revival.

1.Guerra, morte e disastro

I primi anni sessanta segnarono un periodo in cui, molto simile al nostro, le tensioni russe erano alte e i media erano inondati da violente scene di guerra (il Vietnam era spesso considerato una guerra per procura tra Stati Uniti e URSS). La serie Death and Disaster di Warhol usava la stessa tecnica serigrafica delle sue iconiche e kitsch opere in lattina, solo che questa volta usava immagini di giornali come materiale di partenza (incidenti aerei, avvelenamenti, rivolte razziali e suicidi, per citarne alcuni). Il ripetitivo processo di serigrafia aveva l’effetto inquietante di una sorta di disturbo post-traumatico da stress estetizzato, evocando un desiderio di apatia in tempi di tragedia ineluttabile. “Essere una macchina” (uno dei mantra più citati di Warhol), non sentire nulla, era l’evasione definitiva.

 

2. La grande C

Quasi mezzo secolo prima che diventasse uno dei punti caldi globali per le morti di COVID, New York emerse come l’epicentro della crisi dell’AIDS. Negli anni ’80, Warhol perse molti amici a causa della malattia ed espresse un terrore quotidiano nei suoi diari. In molti modi, questo parla delle nostre ansie nell’era del coronavirus. Si riferiva sardonicamente all’Aids come “la grande C” dopo che l’allarmismo dei media aveva portato alla categorizzazione diffusa della malattia come “cancro gay“. Nelle sue opere finali vediamo un ritorno al suo stile precedente ma con evidenti temi religiosi, rielaborando l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Alcune opere di questa serie finale incorporano persino i titoli dei giornali durante la crisi dell’AIDS, come in un atto finale di restituzione religiosa o forse di supplica ironica.

3. Abbracciare lo ‘swish

All’inizio della sua carriera, l’estraneità di Warhol lo rese un outsider. Grandi nomi come Jasper Johns e Robert Rauschenberg lo descrissero come troppo “swish” perché non passava in modo convincente nella scena artistica etero di New York.

 

La famosa Silver Factory divenne per Warhol uno spazio in cui abbracciare la moda accogliendo un gruppo eterogeneo di collaboratori LGBTQ+, molti dei quali sono immortalati nella canzone Walk on the Wild Side di Lou Reed. La sua serie di ritratti Ladies and Gentleman celebra la bellezza e la diversità della scena gay newyorkese portando alla ribalta drag queen e donne trans di colore, la più famosa delle quali è l’attivista degli Stonewall Riots Marsha P Johnson. La visione inclusiva di Warhol parla a una nuova generazione di giovani LGBTQ+ ispirata da importanti icone queer, da Olly Alexander a RuPaul.

 

4. 15 minuti di fama

Warhol era immerso nel mondo della celebrità, dalla fondazione della rivista patinata Interview Magazine al lancio del suo show di MTV Andy Warhol’s 15 Minutes. Ha raggiunto la fama mainstream all’inizio degli anni Settanta strusciandosi con le star dello Studio 54, molte delle quali sono diventate i soggetti dei suoi ritratti, tra cui Mick Jagger e Liza Minnelli.

Warhol capì che la visibilità era la chiave della fama: essere visti nel posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste. Il suo commento del 1968 sui 15 minuti di fama è più attuale che mai. Ha anticipato artisti del calibro di Kim Kardashian, una star dei reality TV diventata superstar globale, così come la fama istantanea di persone comuni resa possibile da momenti virali su TikTok, Instagram e YouTube.

5. The man behind the art

L’ultima ondata di contenuti di Warhol infonde all’artista una ritrovata vulnerabilità che ci fa interrogare e rivalutare chi fosse veramente. The Andy Warhol Diaries ci presenta una figura profondamente imperfetta ma spaventosamente umana, ben lontana dalla macchina da stampa robotica che cercava così disperatamente di essere. Sembra che, in tempi contemporanei, l’uomo o la donna dietro l’arte sia altrettanto importante – se non di più – dell’arte stessa.

Soprattutto, queste recenti rappresentazioni rivelano la mitologia sempre mutevole di Andy Warhol – continua ad essere plasmato da ciò che noi vogliamo che sia. Come ha detto la teorica della pop art Lucy Lippard: “I film di Warhol e la sua arte significano o niente o molto. La scelta è dello spettatore”. Ma una cosa è chiara, l’attuale riflettore su Warhol sembra suggerire che è l’ artista, ancora una volta, del momento.

 

Foto WIKIPEDIA

Harriet Fletcher, Associate Lecturer in English and History, Lancaster University and Declan Lloyd, Associate Lecturer in Literature, Art and Film, Lancaster UniversityThis article is republished from The Conversation under a Creative Commons license. Read the original article.

 

 

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