Contributi silenti Inps, uno scandalo tutto italiano

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Nonostante i proclami e le buone intenzioni (solo verbali naturalmente) della politica, in Italia l’equità previdenziale è ancora una chimera, e anche la giurisprudenza, con pronunciamenti e sentenze davvero incomprensibili sotto il profilo logico, a volte accredita regole e procedure abnormi piuttosto che ricondurle a principi di giustizia sociale che servano a sanare le tante iniquità che caratterizzano il mondo del lavoro.

Un esempio per tutti lo scandalo, tutto italiano, dei cosiddetti “contributi silenti”.

Poniamo l’esempio di un dipendente – oppure di un imprenditore – iscritto alla gestione separata INPS che cessi la propria attività prima di avere perfezionato i requisiti contributivi utili a far maturare il diritto alla pensione. Questi soggetti avranno generato “contributi silenti”, ovvero il loro monte contributivo non sarà sufficiente a maturare una pensione e, di conseguenza, il tesoretto accumulato (soldi che lo stesso lavoratore ha versato in forma di contributi) non verrà restituito e finirà in un calderone che, molto probabilmente, sarà utile solo a contribuire al risanamento del deficit storico dell’Inps.

Come è noto, per la pensione di vecchiaia servono almeno 20 anni di contributi versati nella medesima cassa previdenziale, di conseguenza i soggetti che non riusciranno a conseguire l’anzianità contributiva perderanno i contributi versati, ovvero i loro soldi, un “tesoretto” che non potrà essere utilizzato per la pensione.

E’ legittimo chiedersi che fine faranno questi soldi. E l’INPS, ma anche l’Enasarco per gli agenti di commercio, se fossimo in un Paese normale, dovrebbero fornire un rendiconto chiaro del loro utilizzo. Anche tenuto conto che alcune gestioni previdenziali (vedi i medici, i commercialisti o i giornalisti) in questi casi restituiscono correttamente i contributi versati.

Si parla, anche se non ci sono dati precisi, di milioni di lavoratori che hanno versato a vuoto i contributi, e tra questi soprattutto donne, professionisti dalla vita lavorativa irregolare, stagionali agricoli.

Se consideriamo che l’esponenziale aumento del precariato renderà sempre più difficile il raggiungimento dei 20 anni di contributi, ci rendiamo conto della autentica bomba sociale che rischia di determinarsi. Una vergogna tutta italiana. Infatti in molti paesi europei e negli Stati Uniti una pensione, sia pure contenuta, viene riconosciuta anche con pochi anni di contributi versati, mentre in altri non viene erogata alcuna pensione ma vengono semplicemente restituiti i contributi inutilizzabili.

In Italia, nel silenzio generale di una politica sempre più affaccendata a parlare del nulla, sono pochi gli esponenti politici che hanno tentato di proporre soluzioni in forma di disegni di legge o di campagne di sensibilizzazione.

Secondo stime del partito Radicale, “i tre milioni e mezzo gli italiani iscritti oggi alla Gestione separata dell’Inps, ogni anno versano otto miliardi di euro di contributi, ma ricevono appena 300 milioni sotto forma di prestazioni previdenziali”.

Il gap – secondo i radicali – è dovuto in parte alla bassa età media dei lavoratori precari e dei liberi professionisti iscritti all’Inps: circa 40 anni, con un’enorme platea di giovani ancora in attesa di un contratto a tempo indeterminato.

Insomma, i precari giunti in età da pensione sono ancora pochi. Ma c’è una parte di quegli otto miliardi di euro, difficilmente quantificabile, che resta nelle casse dell’Inps senza tornare direttamente nelle tasche di chi l’ha versata. Sono i cosiddetti “contributi silenti”: i contributi versati dai lavoratori autonomi, precari o parasubordinati ma che non sono sufficienti ai fini della maturazione di una pensione minima.

Sono di fatto “fondi perduti” usati dall’Inps per pagare le pensioni a chi ne ha maturato pieno diritto. Non vengono restituiti a chi li versa né sotto forma di prestazione previdenziale, né tanto meno come rimborso in un’unica soluzione.

Una proposta di legge avanzata nel 2008 dai radicali, che sul tema hanno organizzato nel tempo diverse campagne di sensibilizzazione, prevedeva il trasferimento dei contributi nella cassa in cui se ne hanno di più, e calcolarli tutti ai fini della pensione senza perdere un euro”. Gli stessi proponenti il disegno di legge sostenevano che “se la riforma non dovesse passare, in alternativa i contributi silenti devono essere restituiti interamente con rivalutazione del capitale versato.”

 Gli stessi Radicali hanno cercato di ottenere dal governo e dall’Inps informazioni sulle dimensioni del fenomeno, scontrandosi però contro un vero e proprio muro di gomma.

Tra le altre proposte di legge si segnala quella bipartisan presentate da esponenti del Pd e del Pdl (Maria Luisa Gnecchi e Giuliano Cazzola) che prevedeva la somma automatica non onerosa degli anni contributivi versati.

Nel disegno di legge 1540 del 2009, invece, il senatore Ichino prevedeva numerosi interventi: primo fra tutti, «un’armonizzazione delle aliquote, così da garantire l’equiparazione del carico previdenziale degli iscritti alla Gestione separata rispetto ai contributi versati dalle altre categorie di lavoro autonomo tenute all’iscrizione all’Inps (artigiani e commercianti)».

Ma osservava anche che per «evitare una dispersione di contributi» non era sbagliato mantenere per la totalizzazione «un periodo minimo di contribuzione», permettendo però la «possibilità di trasferire verso altre gestioni i contributi versati alla Gestione separata, senza che sia necessaria una durata minima del periodo di contribuzione».

Di tutte queste proposte di legge, compresa una più recente presentata dai 5 stelle, l’unica cosa che sappiamo è che si sono arenate per questioni tecniche nelle specifiche commissioni di merito, senza che se ne sia cavato nulla di concreto.

La mancata restituzione dei contributi silenti a coloro che sono iscritti alla gestione separata Inps, continua quindi ad essere un vero e proprio “furto autorizzato” ai danni di tanti lavoratori.

L’unica eccezione, a livello normativo, è stata un decreto attuativo della legge Dini, che tuttavia limitava la restituzione ai contributi non dovuti versati nel periodo compreso tra giugno 1996 e aprile del 2001.

Il resto è silenzio. Un silenzio pesante che avvolge e mortifica i diritti di tanti lavoratori senza tutela.

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