Covid19: carenza di personale e non solo in terapia intensiva. I piccoli paesi della Sicilia sono isolati.

Mentre il bilancio delle vittime aumenta, gli ospedali segnalano la mancanza di specialisti.
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I decessi legati al contagio da coronavirus sono aumentati, martedi’ 17 – erano di 731 – il numero giornaliero più alto dall’inizio di aprile, quando l’Italia era in completo isolamento – e di 753 mercoledi’ 18,  mentre le debolezze del sistema sanitario in tutto il Paese sono sempre più evidenti.

La maggior parte dell’attenzione è stata rivolta alle grandi città come Milano, ma diversi piccoli paesi stanno lottando per sopravvivere, principalmente a causa della mancanza di strutture sanitarie e per la mancanza di personale. Le piccole città stanno pagato il prezzo più alto per il tagli del sistema sanitario del sud Italia, dove negli ultimi anni sono stati chiusi più di 40 ospedali.

Degli 8.000 paesi e città italiane , quasi il 70% ha meno di 5.000 abitanti. Duemila hanno meno di 1.000 abitanti, e in alcuni luoghi la nascita di un bambino è così rara che le campane del paese suonano per celebrare la notizia . Dozzine di questi paesi sono stati dichiarati “zone rosse” , il che significa che il rischio di infezione è particolarmente alto e le persone non possono entrare o uscire. Il Covid-19 ha colpito piccoli paesi in Sicilia. Gli esperti concordano sul fatto che focolai di questo tipo sono il risultato della stretta vicinanza tra i cittadini, tipica della vita sociale in queste zone. Recente la notizia che a Cesarò e San Teodoro (ME)  – anch’essi dichiarati zona rossa –  mancano gli autisti soccorritori, solo 4 di 12 sono in servizio.

A volte, per raggiungere l’ospedale Covid più vicino può volerci più di 1 ora e 40 minuti. Le persone sono spaventate, la luce alla fine del tunnel sembra lontana. Gli anziani abitanti di questi paesi sperano in un vaccino consapevoli che li aspetta un inverno lungo e arduo. Ma mentre l’Italia ha quasi raddoppiato la disponibilità di posti letto in terapia intensiva a 9.931 e aumentato il numero di ventilatori, dall’inizio della pandemia sono stati assunti solo 625 anestesisti e rianimatori in più.
Le cifre del personale sono rimaste praticamente le stesse“, ha detto Giovanni Leoni, vicepresidente dell’ordine dei medici. “E quelli che ci sono hanno un carico di lavoro molto più pesante. Questo è il problema più grande in quanto non è facile trovare anestesisti o infermieri in grado di lavorare in terapia intensiva, poiché è una specializzazione mirata “. Molti medici hanno scelto di lasciare la professione o di andare in pensione anticipata in primavera, mentre alcuni di coloro che lavorano incessantemente sono diventati bersagli di aggressività poiché alcune persone sfogano la loro rabbia per la pandemia in corso contro il sistema sanitario.

Siamo passati dall’essere celebrati come eroi all’essere portatori di peste”, ha detto Giacomo Grasselli, responsabile della terapia intensiva del Policlinico di Milano. “Ora siamo visti come i responsabili delle misure restrittive, delle conseguenze economiche, quelli che portano via la libertà delle persone“.

I medici sono stati anche accusati di guadagnare di più se curano pazienti Covid.

Paradossalmente, è più difficile lavorare ora che a marzo o aprile”, ha aggiunto Grasselli. “Avvisiamo che se il tasso di infezione non scende, finiremo i letti! Ma poi qualcun altro va in TV e dice che stiamo terrorizzando le persone ed è tutta un’esagerazione, quindi le persone fanno fatica a capire e diventano meno tolleranti nei confronti degli operatori sanitari “.

Ci aspettavamo questo … ma stiamo anche lavorando in modi non convenzionali“, ha detto Grasselli. “Stavamo già portando il peso delle conseguenze psicologiche di quanto accaduto in primavera – curare persone che non potevano vedere i loro parenti, che non potevano respirare e poi chiamare per dire che erano morte – prima di dover ricominciare”…Ma stiamo cercando di curare le persone e abbiamo bisogno della solidarietà e della collaborazione di tutti in modo da poter superare insieme questa orribile situazione” conclude.
Nei piccoli paesi i rapporti tra parenti e amici sono intensi”, dice al Guardian Tullio Prestileo, medico di malattie infettive dell’ospedale Benfratelli di Palermo. “Qui l’impressione che un amico o un parente possa infettarci è molto più bassa che nelle grandi città. Si crede spesso che l’ubicazione isolata di questi piccoli paesi sia essa stessa una forma di protezione contro la trasmissione e che il problema sia nelle città più grandi. Ecco perché quando si verifica un focolaio in questi paesini, la trasmissione è più diffusa “.  Nei piccoli centri “La morte di uno nostro non è solo un numero“, ha detto Fabio Orlando, presidente del consiglio comunale di Roccafiorita (ME) . La seconda ondata ha già ucciso 9.000 persone in tutto il paese e i medici la scorsa settimana hanno lanciato un  appello:ci saranno altri 10.000 decessi entro l’inizio di dicembre a meno che non vengano attuate misure più aggressive.

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