Criminali, terroristi e scrocconi: come vengono ritratti i migranti dai media europei

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Il naufragio di un’imbarcazione al largo delle coste greche ha trasformato la Giornata mondiale del rifugiato, celebrata il 20 giugno, in un giorno di lutto. Si stima che a bordo ci fossero 750 persone, 70 sono state confermate come morte e solo 104 sono state tratte in salvo dal relitto, lasciando molti dispersi.

A marzo, un altro naufragio, questa volta al largo dell’Italia, ha causato quasi 100 morti. In quasi tutti i casi, si tratta di persone che fuggono dalla violenza, dalla guerra e dalla miseria.

Un recente rapporto delle Nazioni Unite indica che il numero di sfollati nel mondo ha raggiunto la cifra record di 108 milioni nel 2022, di cui oltre 35 milioni sono rifugiati in altri Paesi.

Le cifre, spinte in parte dalla guerra in Ucraina, superano addirittura quelle della crisi dei rifugiati nel Mediterraneo tra il 2015 e il 2016. In quel periodo, la crisi migratoria ha raggiunto una presenza mediatica mai vista prima. Basta ricordare l’immagine di Aylan Kurdi, il bambino siriano annegato su una spiaggia turca nel settembre 2015, che è diventata un simbolo del dramma migratorio.

La migrazione nell’Europa meridionale

Come è accaduto quest’anno con i naufragi di cui sopra, il fulcro di questa crisi è stato l’Europa meridionale. Per essere precisi, il maggior volume di arrivi si è spostato dalla Grecia (Mediterraneo orientale, nel 2015), all’Italia (Mediterraneo centrale, 2016 e 2017) e, infine, alla Spagna (Mediterraneo occidentale, nel 2018). Nel giugno dello stesso anno, in Spagna, l’arrivo della nave Aquarius ha segnato una svolta.

Questi Paesi sono le principali porte d’ingresso dei migranti nell’Unione europea. Una delle richieste avanzate da questi Paesi è la necessità di una gestione della migrazione a livello europeo, poiché l’onere di gestire gli arrivi ricade quasi esclusivamente sulle autorità nazionali, quando invece si tratta di una sfida europea.

A ciò si aggiunge la situazione economica di questi tre Paesi. Al momento della crisi umanitaria dei rifugiati dal 2014 in poi, questi Paesi si stavano ancora riprendendo dalle dure misure di aggiustamento derivanti dalla crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008. Le loro sfide sono quindi particolarmente complesse.

L’odio nei media

Questa realtà migratoria ha coinciso – non casualmente – con l’ascesa di discorsi di rifiuto. Questi discorsi sono stati diffusi attraverso i social network e sono strettamente legati all’ascesa al potere di partiti apertamente anti-immigrazione, come Vox in Spagna o la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni in Italia.

Ma il fenomeno del razzismo e del rifiuto dei migranti è molto complesso e spesso è legato alla rappresentazione di queste persone nei media. È un aspetto che la ricerca accademica analizza da tempo, avendo osservato che questa rappresentazione tende a essere stereotipata, negativa e insufficiente.

Con queste premesse, un team dell’Osservatorio dei contenuti audiovisivi dell’Università di Salamanca ha guidato un consorzio insieme a ricercatori dell’Università di Milano (Italia) e dell’Università Aristotelica di Salonicco (Grecia), per comprendere la realtà della rappresentazione mediatica della migrazione in questi Paesi, prestando particolare attenzione ai discorsi di odio che migranti e rifugiati ricevono. Questo progetto ha recentemente dato vita a un libro, intitolato Migranti e rifugiati nell’Europa meridionale oltre le notizie: Photographs, Hate and Journalists’ Perceptions.

In esso l’attenzione si concentra su tre questioni principali: le fotografie utilizzate dai media tradizionali quando coprono i fenomeni migratori, la presenza di discorsi d’odio razzisti e xenofobi su Twitter e YouTube e le opinioni dei giornalisti specializzati in migrazione.

Osservazioni preoccupanti

In primo luogo, sono stati identificati i quattro frame predominanti della rappresentazione dei migranti nei media mainstream dell’Europa meridionale: normalizzazione, vittimizzazione, peso sociale e minaccia.

È emerso che i media mainstream dei Paesi mediterranei sono dominati da quelle cornici che ritraggono i migranti come vittime o come un peso. Inoltre, i frame negativi sono cresciuti significativamente tra il 2014 e il 2019. Sebbene lo schema sia condiviso nei tre Paesi, sono i media greci a dare una rappresentazione sostanzialmente più negativa della migrazione attraverso i loro frame.

D’altra parte, la presenza di discorsi d’odio su Twitter e YouTube, misurata attraverso tecniche computazionali, sembra essere piccola in termini assoluti e non si osserva un aumento molto significativo negli ultimi anni.

Tuttavia, un’analisi attenta dei temi sottostanti a questi messaggi mostra che l’odio verso i migranti è principalmente argomentato attraverso la loro associazione con la criminalità, il terrorismo e la spesa sociale. Ad esempio, fake news o scoop errati che dichiarano – prima di averli verificati – che l’autore di un crimine è di origine straniera, o articoli che indicano che gli immigrati hanno maggiori probabilità di ottenere benefici sociali rispetto agli autoctoni. Queste narrazioni sono spesso supportate da queste informazioni che poi vengono fatte circolare online, alimentando paure infondate ma profondamente radicate.

In questo contesto, i giornalisti specializzati nel settore sono preoccupati. Pur difendendo il loro operato e la loro professionalità, riconoscono che esistono cattive pratiche e limiti, come la precarietà o la mancanza di tempo, che impediscono una copertura più obiettiva, accurata e umana dei fenomeni migratori. Esiste una certa divisione tra coloro che pongono la pratica giornalistica al di sopra di tutto e coloro che difendono l’umanità e i diritti umani di migranti e rifugiati come valori prioritari.

Un ultimo elemento che aiuta a comprendere gli effetti reali di queste rappresentazioni è che i crimini d’odio registrati negli ultimi anni sono in costante aumento in questi tre Paesi, ma anche nella maggior parte dei Paesi occidentali, come indicano i dati raccolti dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Come ribaltare la situazione

Per ottenere una rappresentazione più umana della migrazione nei media, proponiamo tre strategie:

  1. Maggiore consapevolezza e sensibilizzazione su questi temi da parte di diversi attori, sia giornalisti e professionisti dei media che pubblico, compresi gli utenti delle piattaforme sociali.
  2. Più giornalismo basato sulle prove, più verifiche e approfondimenti.
  3. Più storie personali, più partecipazione dei protagonisti, gli stessi sfollati, e più narrazioni che cercano di identificarsi con queste persone, evitando la loro stigmatizzazione.

Questo è necessario per raccontare l’intera storia, in modo da non limitare i migranti a una massa davanti ai nostri confini. La crisi migratoria causata dall’invasione russa dell’Ucraina dimostra che esiste un altro modo non solo di rappresentare i migranti e i rifugiati, ma anche di rispondere a livello istituzionale e umano. Possiamo trarre insegnamenti per rispondere meglio alle sfide migratorie attuali e future.

 

 

Questo articolo è stato pubblicato su TheConversation
Traduzione per Livepress.it – Beatrice Privitera