Io, Sbirro a Palermo

I.M.D. è ispettore della Squadra Mobile di Palermo che ha partecipato con i suoi colleghi della Catturandi agli arresti di Giovanni Brusca, Bernando Provenzano, Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Vito Vitale. Pluridecorato, promosso tre volte per meriti straordinari, oggi si occupa di criminalità straniera.
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Era una domenica come tante altre, un servizio di routine allo stadio, il Palermo giocava in casa contro la Fiorentina, qualche scaramuccia tra le tifoserie ma nulla di più. Io e Jack eravamo in testa al corteo di rientro al Reparto. Entrambi eravamo seduti dietro, all’interno di una Rayton Fissore “MAGNUM”, mentre davanti, alla guida, vi era un poliziotto di ruolo e accanto il Maresciallo a Capo del contingente. Salivamo da Via Maqueda e svoltavamo a destra per Corso Vittorio, dirigendoci verso la Cattedrale.

Era il 1993, il Corso era ancora a doppio senso di marcia. Subito appena svoltati, Jack notò per primo un prete. Era fermo davanti l’ingresso della Chiesa e appena ci vide cominciò ad agitarsi scompostamente, poi si sedette per terra, proprio in un gradino davanti l’ingresso.  Solo quando fu a terra, mi accorsi che la mano destra la teneva sulla fronte dal quale scorreva copiosamente un  rivolo di sangue che cominciò a raccogliersi in una piccola pozza che si stava già allargando.

Fu come se io e Jack avessimo preso entrambi una scossa: gridammo all’unisono di fermare il mezzo e l’autista obbedì, più per lo spavento che si prese che per altro. Spalancammo entrambi gli sportelli e scendemmo “al volo” dirigendoci verso il  ferito che nel frattempo, si era piegato all’indietro.

Dentro! sussurrò con un fil di voce appena ci fummo chinati su di lui, presto dentro, ripeté  lui, il crocifisso lo stanno rubando.

Corso Vittorio Emanuele e una parte di via Maqueda venne bloccata dalla colonna di mezzi fermi. Nessuno aveva compreso cosa fosse accaduto, forse i colleghi dietro di noi pensarono ad un incidente e il maresciallo scese venendo verso di noi, più per cazziarci che per vedere cosa fare. Ma appena si accorse del prete a terra e insanguinato, si girò verso l’autista e disse di chiamare tramite la centrale un ambulanza. Si girò e io e Jack eravamo già spariti all’interno della Chiesa.

Pistole in pugno, sembravamo Starskye  e Hutch, uno a destra e l’altro a sinistra ci avvicinammo all’altare e poi ad una porta laterale, da dove si accedeva alla canonica, una sala grande, con un tavolo al centro e diversi mobili,  alcuni credo molto antichi. Sentimmo dei rumori provenire da un ambiente vicino che si raggiungeva entrando da una porticina in legno, in quel momento spalancata.

Ricordo che avevo il cuore a palla e Jack, mio pari-corso e compagno di sventura, credo  stesse peggio di me. Due pinguini, agenti ausiliari di leva, che tipo sceriffi stavano intervenendo soli  davanti alla minaccia di uno o più rapinatori che non avevano avuto scrupoli a picchiare un vecchio parroco. Una cretinata con i fiocchi, considerando la nostra esperienza operativa pari allo zero e che, a dieci metri, fuori dalla chiesa c’erano almeno una sessantina di poliziotti armati che avrebbero potuto, magari non tutti, dare una mano. Ma si sa, 19 anni e un distintivo, possono mandare in tilt il neurone funzionante!

Sentimmo un vetro rompersi e il rumore di una sedia o qualcosa che veniva trascinata, ci guardammo un istante ed entrammo contemporaneamente cercando di coprirci a vicenda ed urlando più per farci coraggio che per intimidire: fermi tutti Polizia!!

Arrampicato su uno sgabello trovammo un tipo che stava provando a fuggire da una finestrella dove, era evidente, non ci sarebbe mai passato, soprattutto con la sacca piena di refurtiva.

Saltò come un gatto che impaurito, era stato colto di sorpresa dall’abbaiare di un cane (due in questo caso) e mollando la sacca, cercò una via di fuga che, però, non trovò. L’unico modo di uscire da li era l’uscio dove eravamo io e il collega e certamente, da lì,  non sarebbe passato.

Jack gli intimò di fermarsi e mettere le mani in alto lui, il criminale invece, non ubbidì affatto: uscì dalla tasca un oggetto e ci urlo di stare lontani perché altrimenti ci avrebbe attaccati. Armai il cane della mia pistola, a quella distanza non lo potevo certo mancare e fui quasi sul punto di sparare se non avessi visto che nella mano, il nostro avversario non brandiva una pistola, nemmeno un coltello, ma una semplice siringa.

Mentre il mio collega si rilassò non ritenendo la siringa una imminente minaccia, per me fu quasi uno shock, allora soffrivo ancora di belonefobia, si un poliziotto che ha paura degli aghi e delle punture. Forse se mi avesse puntato una pistola avrei reagito meglio.

Ma Jack fece la cosa giusta e mi fece da guida, mise l’arma in fondina e cominciò a parlare al ragazzo, lo tranquillizzò, gli disse che fuori c’erano tanti poliziotti, che ancora la situazione non era grave, il prete aggiunse ha solo un graffio, fino a quel momento si trattava di un tentativo di furto ma che se avesse reagito, qualcuno si sarebbe potuto far male e allora le cose si sarebbero complicate. Le parole del mio compagno, mi riportarono  alla ragione, abbassai il cane della mia arma e la misi in fondina. Non c’era pericolo. Lorenzo, così poi avremmo scoperto si chiamava il ladruncolo, non reagì alla stessa maniera, anzi si fece più minaccioso e accorciò le distanze dicendo che la siringa era infetta, che lui aveva l’AIDS e che ci avrebbe punti e contagiati s e non lo avessimo fatto passare.

Credo che fummo solo fortunati e più agili di lui se, quel che accadde non ebbe conseguenze per nessuno:

mentre Jack gli parlava, io uscii dall’anello del mio cinturone il manganello e lentamente mi avvicinai dal lato del braccio che impugnava la siringa, alla giusta distanza riuscii a mollargli un fendente sulla mano e questa, la siringa, volò sopra un armadio mentre  la mano di Lorenzo quasi si ruppe e lui si piegò in avanti, permettendo a me e a Jack di saltargli di sopra e averla vinta facile. Lo ammanettammo, mentre da fuori si sentivano le sirene delle volanti e dell’ambulanza.

Uscimmo con l’arrestato, la siringa (che prese Jack perché io non l’ho neanche voluta vedere) e il sacco con la refurtiva: un paio di candelabri d’argento e (cosa più importante) un crocifisso ligneo del XV secolo.

Ci sentivamo due eroi, era il nostro primo arresto e non vedevamo l’ora di condividerlo  con il resto della squadra.

Ma, la realtà non è sempre come te la immagini: con ancora Lorenzo ammanettato, il maresciallo ci fece un lisciabusso di tutti i tempi, ordinandoci per altro di consegnare l’arrestato ai colleghi delle volanti.

Ci disse che eravamo stati degli irresponsabili, che ancora succhiavamo il latte dalle mammelle delle nostre madri e altri complimenti similari, tutto sempre davanti al mondo li presente.

Invece di eroi, sembravamo due scolaretti rimproverati dalla maestra. Inaspettatamente, fu Lorenzo che a suo modo prese le nostre difese dicendo all’anziano graduato:

Si era pi ttia pigghiavi a sta minchia!! A mia avivano a capitari stiu du sicci malefiche
Che tradotto in Italiano suona più o meno così: se non era per questi due,  agili come le seppie, tu non avresti preso un emerito….”.

Forse furono le parole di Lorenzo o una botta residua di adrenalina che fecero reagire pure me. Infatti, mi rifiutai di obbedire all’ordine di consegnare l’arrestato ai colleghi delle volanti spiegando che eravamo stati io e Jack a rischiare la pelle e a recuperare la refurtiva. Aggiunsi che il codice di procedura parlava chiaramente e che erano gli agenti di P.G. che avevano fermato il reo che dovevano verbalizzare e poi presenziare al processo e non chi, di fatto, era intervenuto solo nelle fasi successive.

Io di codice di procedura penale, probabilmente, ne capivo quanto uno studente di terza media che aveva fatto educazione civica a scuola ma, il modo con cui esposi i fatti lasciò interdetto il mio Capo squadra. Ad aiutarmi furono le parole di un Assistente Capo delle Volanti (lui si che il codice lo conosceva bene) che, facendomi l’occhiolino, confermò al Maresciallo parola per parola ciò che io avevo appena detto. L’arresto era mio e di Jack. Le volanti avrebbero preso la denuncia del parroco ferito, fatto la comunicazione della notizia di reato, fatto il verbale di rinvenimento della refurtiva e di consegna al legittimo proprietario, tutto insomma e noi, io e Jack,  avremmo provveduto soltanto a redigere il verbale di arresto. Il graduato si convinse, il contingente del reparto liberò la strada, il traffico veicolare, andato in tilt per i mezzi della polizia che ostruivano le carreggiate e i quattro canti, riprese lentamente il suo corso e noi facemmo la nostra prima operazione di polizia.

Voi direte: è finito tutto li!

Assolutamente no! Starskye e Hutch non si fermano mica al furto (rapina  aggravata per essere precisi), vanno oltre.

Rincuorati dalla brillante attività svolta (per inciso, le volanti fanno decine di arresti al giorno di questo tipo), in attesa di un sicuro compiacimento che sarebbe arrivato certamente dal nostro Comandante, cercammo di ottenere informazioni dal quel “Al Capone” che avevamo arrestato in flagranza di reato.

Io e Jack, infatti, ci ponemmo la domanda: ma se questo fosse riuscito a rubare un crocifisso del 1400, che ne avrebbe fatto? L’avrebbe certamente venduto ad un ricettatore di opere d’arte!

Seguite il ragionamento? Il pensiero sbirresco, la logica investigativa? Lorenzo, nel frattempo, veramente sieropositivo e malato di AIDS non era compatibile con il regime carcerario, così fu disposta dal giudice la detenzione presso un ospedale, in un reparto a questo dedicato. Ci fu permesso di fargli visita e, certi dell’ormai profonda amicizia che ci legava, portammo al ricoverato dei doni come una stecca di sigarette e delle tavolette di cioccolata e, se non ricordo male, anche 20 mila lire. Un piccolo sacrificio per un nobile scopo.

Chiedemmo a Lorenzo indicazioni sul ricettatore e questo, ricevuti i doni, ci diede un indirizzo.

Uscimmo da quell’incontro ancor più convinti che fare lo sbirro, oltre che essere una cosa figa,  era il mestiere nostro: troppo intelligenti! Facemmo una relazione di servizio indirizzandola direttamente al commissariato competente di zona, ignorando che il regolamento imponeva che dovevamo informare il  nostro Dirigente, ma si sa, eravamo Starsky e Hutch, non burocrati.

Al commissariato ci accolsero benevolmente, il Dirigente apprezzò la nostra intraprendenza, così ci disse che se volevamo, in borghese, saremmo potuti andare con la squadretta dell’investigativa per verificare la notizia e irrompere nel magazzino dove noi, ovviamente, immaginavamo fossero accatastate opere d’arte d’inestimabile valore, frutto di furti su commissione e non.

Addirittura, ma questo lo tenni per me, immaginai che potevamo ritrovare persino il famoso dipinto rubato dalla mafia: qui sarebbe scattata automaticamente al nostra assunzione nel corpo della Polizia di Stato e da ausiliari di leva saremmo potuti diventare veri poliziotti, che dico: SBIRRI e magari, lavorare alla Squadra Mobile, d’altronde la polizia non si sarebbe potuta privare di Noi.

Certo la squadra dell’investigativa non mi sembrò particolarmente eccitata dal blitz. Vennero in tre, più noi due in totale cinque unità ma, in TV gli sbirri americani erano sempre in coppia e risolvevano tutto: cinque erano più che sufficienti.

Così, raggiungemmo l’indirizzo che Lorenzo ci diede, in un vecchio palazzo nei pressi di Piazza Maggione.

Il briefing fatto in ufficio fu veloce: il sopralluogo fatto in precedenza aveva mostrato che il portone del palazzo era sempre aperto, quindi saremmo entrati facilmente, un collega rimaneva giù, gli altri quattro salivano al primo piano dove si trovava l’obiettivo.

Ovviamente giù, in copertura, rimase Jack. Mi sembrò un affronto, la notizia era la nostra ma era già tanto che facevamo il blitz insieme all’investigativa.

L’Ispettore una volta davanti la porta busso al campanello, io avevo la mano in fondina, ma nessuno prese la pistola e io mi adeguai.  Non aprirono subito, allora l’Ispettore bussò in modo più energico e, quando stavo per suggerire di sfondare la porta, questa si aprì. Entrammo dentro veloci come saette e trovammo, invece che opere d’arte, cinque, forse anche dieci ragazze cinesi intente a lavorare di cucito. Lorenzo non ci aveva fornito l’indirizzo di un ricettatore, ma quello di un laboratorio abusivo di camicie.

La delusione prese il sopravvento, poi l’imbarazzo e in fine la rabbia. Sarei andato in ospedale a riprendermi la cioccolata e le venti mila lire ma, come sempre, uno degli angeli che avrei incontrato nel corso della mia carriera, si presentò nelle vesti dell’ispettore del commissariato,

Egli, infatti, comprese la mia frustrazione e  si avvicinò dicendo: collega, ancora sei giovane e di cagate come questa ne farai a decine . Ma tu e quell’altro li sotto avete gli occhi che vi luccichiano e , ridendo, aggiunse, ne farete carriera. Ora andatevene e lasciateci lavorare che sta rogna tocca a noi, vi pare che non c’è danno, amunì sparite.

Così io e Jack ce ne andammo lasciando i veri poliziotti a fare quello che dovevano fare.

Lorenzo non lo andammo a trovare mai più. Il Dirigente del reparto non seppe mai del nostro blitz con il commissariato ma, il premio arrivò ugualmente: per avere arrestato un rapinatore e soccorso un cittadino prete ferito, sia io che Jack fummo messi per due turni di filato di vigilanza alla bandiera del Reparto, con il sottotitolo:  la prossima volta che non avremmo obbedito al nostro Capo contingente il premio sarebbe stato un bel calcio nel culo!

Sono passati più di 25 anni da allora e di blitz, io e Jack ne abbiamo fatti tanti e tanti malavitosi (veri) sono stati assicurati alla giustizia.  Fare lo sbirro a Palermo, rimane per me, uno dei mestieri più appaganti che ci sia e come l’ispettore di allora, adesso, sono io a commuovermi quando incontrando alcuni giovani colleghi riconosco nei loro occhi quel luccichio e dico:  questi  si che ne faranno di strada!

(IMD)

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