La crisi investe il mondo dell’arte e della fotografia. Intervista ad Alessia Locatelli

"Non partiamo tutti dalle stesse possibilità di scolarizzazione e questo taglia le gambe alla parola tanto abusata Meritocrazia. Il supporto del Pubblico è necessario per mettere tutti gli individui nella condizione di poter partire in una condizione almeno paritaria. Ma questo è un obiettivo lontano dalla realtà"
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Negli ultimi anni il mondo delle arti e della fotografia è stato colpito da una crisi economica che si è aggravata ancora di più, a causa del periodo di blocco forzato causato dal Covid-19. Ne abbiamo parlato con Alessia Locatelli, direttrice artistica della biennale della fotografia femminile di Mantova. Da 15 anni lavora in questi ambiti e ci ha raccontato quello che molti fotografi, operatori culturali e artisti stanno vivendo attualmente in Italia.

 

Ho iniziato a fare questo lavoro in un momento in cui c’era un grande fervore che animava il mondo della cultura e dell’arte contemporanea. Dal 2006 in poi, proprio perché la cultura non è mai stata considerata per le sue reali potenzialità economiche, trattandosi di qualcosa di non tangibile, abbiamo cominciato a vivere delle situazioni sempre più complicate, che si sono accentuate con la crisi del 2012, perché quando la filiera del sostegno pubblico si esaurì, tutti gli operatori culturali cominciarono a rivolgersi al privato in cerca di un supporto economico per proseguire il loro lavoro.  La crisi cominciò a colpire anche i privati e, da lì a cascata, siamo stati coinvolti tutti quanti.

Questi mesi di stop hanno pregiudicato lo svolgimento di numerose attività culturali, come i foto festival.

Il team della BFF ha avuto la “fortuna” (sorride) di affrontare per primo il problema dell’apertura o meno del foto festival a Mantova, perché si sarebbe dovuto svolgere a marzo, il mese dedicato alle donne. Siamo stati tra i primi ad avere la cartina di tornasole di ciò che stava succedendo e che sarebbe accaduto. In questo mese siamo entrati in contatto con i responsabili dei maggiori foto festival italiani per capire come muoverci, fare rete e cercare di non accavallare le manifestazioni, ma anche come poter fare delle proposte concrete su cui ragionare tutti assieme in previsione del futuro, non troppo roseo, delle arti visive anche dal punto di vista delle risorse.

Quali sono i canali di finanziamento sui quali potete contare?

Ognuno ha dei canali propri per acquisire fondi da investire nelle manifestazioni. L’Emilia Romagna è l’unica regione che, molti anni fa, ha deciso che la cultura in generale, e quella visiva (fotografica) in particolare, dovesse avere un adeguato supporto istituzionale al fine di crescere anche di livello. Per il resto del territorio è più complesso perché i foto festival devono trovare per lo più finanziamenti e sponsor privati, fondazioni, istituti di credito, a differenza della Francia, dove lo Stato stanzia annualmente un grande budget per i foto festival internazionali che ha saputo far cresce negli anni, Perpignan ed Arles sopra tutti.   Questo avviene dagli anni ’70 e grazie a questo costante supporto, Arles oggi è il festival di fotografia più importante al mondo. Lo Stato italiano non ha mai creduto utile che, istituzionalizzato simili iniziative che coinvolgono migliaia di persone e con delle ricadute importanti sull’economia dei territori e sul turismo, si potesse nel tempo anche la cultura fotografica essere un grande momento di introito e riconoscimento internazionale. In questo momento particolare siamo tutti in grosse difficoltà, se i Beni culturali non intervengono sarà davvero dura nei prossimi 2 anni almeno.

Questo aspetto riguarda i festival sparsi sul territorio nazionale, ma anche le strutture museali.

Per la riapertura delle strutture museali sarà necessario offrire alle persone, perché è ciò che la gente forse si aspetta, parascarpe, mascherine, gel igienizzante e tutti i presidi che verranno prescritti. Il punto è che al momento le stesse istituzioni museali sono in gravi difficoltà economiche e nel sostenere il loro lavoro quotidiano già oggi, perlomeno in ambito arti contemporanee. Quindi sarà complesso reperire i fondi per trovare tutto questo materiale necessario a preservare la salute dei fruitori delle mostre, laddove si prevederà anche una minore affluenza di questi negli spazi espositivi.  Questo per quel che concerne le realtà museali istituzionali… Pensiamo al discorso legato al festival – di arte e fotografia – alle gallerie e a tutte quelle realtà che si occupano di arti visive che vogliono fare cultura senza scopo di lucro.  Dal 2006 il sistema delle arti visive contemporanee è stato completamente abbandonato dai beni culturali e, da allora, sta solo cercando di riuscire a sopravvivere, con dignità e qualità.

Invisibili e senza voce, così sembra in questo momento.

E’ anche una questione generazionale che ci mette nelle condizioni di essere praticamente invisibili. In un momento di crisi poi, se la realtà è grande e necessita di “fare cassa”, chiamerà decisamente un nome da “mainstream” mediatico, anche se magari non focalizzato su quello specifico tema. L’importante è che porti affluenza, che crei interesse mediatico senza andare a valutarne il valore o la specifica competenza e purtroppo pagandolo cifre altissime che oggi il nostro settore non potrebbe sostenere.

Quindi siamo schiacciati tra il mediatico e la mancanza di opportunità, perché la verità è che trovarsi un piccolo spazio in questo momento che dia dignità al lavoro che si svolge remunerandolo, è davvero davvero difficile. Il sistema, malfunzionante ormai da anni, senza colpe particolari ha generato un meccanismo per il quale prendono tutto (i nomi noti) lasciando poco spazio alle generazioni successive.

Questo accade un po’ in ogni campo…

Manca proprio questa mentalità di passaggio generazionale. In passato ti facevi affiancare da un assistente e lo facevi crescere, facendo in modo che la professionalità venisse valorizzata. Questo è ciò che dovrebbe fare chi ha già una posizione di un certo tipo. Invece no, oggi questo non accade quasi mai. Bisogna restare nelle retrovie e lavorare spesso con compensi imbarazzanti (che non avreste il coraggio di chiedere all’idraulico per una riparazione) per avere attenzione, visibilità, riconoscimento professionale.

E anche le istituzioni sembrano non avere rispetto e considerazione, a volte chi gestisce certi settori la gavetta non l’ha fatta ed è molto distante dalla realtà.

Il Mibact la settimana scorsa ha pubblicato un bando di concorso per giovani fotografi professionisti, in cui il compenso previsto sarà offerto è in “visibilità”. E’ indecente. E’ lo sdoganamento ufficiale dello sfruttamento. A parte che tutto questo dimostra una palese ignoranza anche degli aspetti più tecnici legati al mondo della fotografia, come ad esempio la gestione del copyright. I fotografi non devono e non possono regalare il loro lavoro. Se tutti quanti si ribellassero a questa assurdità, se dai grandi ai piccoli giornali e media si alzasse un coro unanime di critiche, probabilmente qualcuno comprenderebbe la gravità di certe proposte lasciate passare con una leggerezza inquietante. In questo senso è intervenuto ufficialmente l’AFIP (ass italiana fotografi professionisti) criticando aspramente il bando e le modalità. Ci aspettiamo adesso una presa di posizione ufficiale da parte del ministro Franceschini e chi per lui si è occupato di questo bando, che certamente non può restare in silenzio. Soprattutto dopo l’interruzione per cause di politica nazionale, dei dialoghi aperti con gli “stati generali delle fotografia” .

Il privato non ha una vocazione umanistica, ma il Pubblico deve averla e se un’istituzione invece di applicare una buona prassi si adegua a una situazione che è già indecente quando accade – e purtroppo sappiamo che accade – nel privato, credo si sia arrivati al punto di non ritorno. La cultura e l’arte così vengono mortificate ulteriormente.

Questo spesso accade anche per quel che riguarda le nomine a capo delle istituzioni museali.

Esatto. C’è questa convinzione che la cultura sia quella “poltroncina” in cui far sedere il politico che quell’anno, purtroppo, non è stato rieletto. Con le ultime nomine delle grandi realtà, affidate oggi a professionisti nazionali ed internazionali, non è stato così anzi, ma prima e nelle realtà minori si assiste a nomine politiche e non per esperienza professionale, questo svaluta e mortifica ulteriormente il lavoro nella cultura. Per gestire oggi la cultura serve in primis una capacità manageriale, fundraising, relazioni e gestioni illuminate per   far fruttare i moltissimi beni culturali del territorio. Ma è una scelta che doveva essere fatta tanti anni fa, non oggi che con la crisi è davvero difficile portare fondi, aiuti e merito. Così non andremo da nessuna parte. Se Pompei fosse a New York la gente potrebbe visitare il sito anche di notte, magari nelle modalità troppo kitsch degli americani, ma verrebbe valorizzato e curato, e la stessa Francia a noi più vicina, in questo ci insegna molto su come rendere fonte di attrazione, guadagno e sostentamento anche il più piccolo bene culturale.

Abbiamo un’incapacità strutturale nel non sapere valorizzare strutture e risorse.

Basterebbe per cominciare fare una programmazione su pianificazioni a base quinquennale, per dare alla cultura contemporanea una vera direzione ma lo avremmo dovuto fare già a partire dagli anni ’80 – quando di soldi ce n’erano tanti – e oggi non ci troveremmo in questa condizione.

Forse il problema è la canalizzazione sbagliata delle risorse e poca attenzione alla professionalità.

Bisogna valorizzare le risorse umane. Le università sono piene di giovani che sognano un futuro nel mondo dell’arte e nessuno gli dice che non avranno grandi occasioni; che se non orbitano all’interno di certi circuiti di conoscenze difficilmente avranno una chance. Il rischio è quello di ritrovare sempre più artisti bravi costretti ad abbandonare quel sogno perché non sostenuti, per fare attività lontane dalla loro predisposizione, perché devono pur campare e altri che invece – solo perché provenienti da famiglie in grado di sostenere economicamente la loro attività artistica – avranno maggiori  occasioni. Il futuro va pianificato ora, altrimenti vivremo nello stantio come accade oggi.

Bisogna ripartire dal merito, dalle opportunità per tutti e soprattutto da chi è bravo ma ha difficoltà economiche che gli precludono molti percorsi formativi e professionali.

Purtroppo non partiamo tutti dalle stesse possibilità di scolarizzazione e questo taglia le gambe alla parola tanto abusata Meritocrazia. Il supporto del Pubblico è necessario per mettere tutti gli individui nella condizione di poter partire in una condizione almeno paritaria. Ma questo è un obiettivo lontano dalla realtà e mi crea molta frustrazione lavorando con giovani e vedendo quanto talento non ha la possibilità di esprimersi. Il fatto che non sia la ricerca, ma spesso purtroppo la disponibilità economica a creare una opportunità espositiva, va a modificare anche i nostri parametri estetici e di lettura di quello che accade attorno a noi.

Il sostegno al mondo delle arti e della cultura è quasi del tutto inesistente.

Purtroppo, con questa scivolata anche del Mibact, sembra andare a sottolineare quella tristissima convinzione che l’artista contemporaneo sia un perdigiorno, una persona improduttiva ed inutile nella società. Finchè non cambierà questa mentalità, non andremo molto lontano.

Il destino di un Paese si basa su questa analisi del suo futuro. Se non vogliamo tirare a campare nel contemporaneo è ora di prendere in mano la situazione. La crisi può essere opportunità, per chi vuole riflettere.

 

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