Le fake news sugli incendi in Australia: la disinformazione diffusa selvaggiamente.

di Gianluca Cuscunà
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Nel bel mezzo delle crisi politiche, dei venti di guerra e dei contrasti diplomatici delle ultime settimane, l’opinione pubblica e i social si sono trovati alle prese con le centinaia di articoli, documenti ed immagini riguardanti l’emergenza ambientale dei roghi australiani, sulla quale però non tutte le notizie riportate risultano veritiere.

A partire dal presunto arresto di “200 piromani” per arrivare alla stima della morte di “un miliardo di animali”, è utile far luce su quel che rimane uno dei più gravi disastri ambientali degli ultimi anni per impatto biologico e per risonanza mediatica.

Le cause della catastrofe, sarebbero, come spiega il sito di fact-checking statunitense Snopesgli incendi senza precedenti, che hanno ucciso almeno 24 persone, hanno distrutto 1.400 case e ucciso milioni di animali”

Le cartine elaborate dall’Australian Bureau of Meteorology, inquadrano bene la situazione degli ultimi 34 mesi di incendi, in zone che sono state colpite da un’estrema siccità e in cui l’indice di pericolo incendi boschivi (che prende in considerazione i dati relativi a temperatura, velocità del vento, umidità e siccità) è stato molto al di sopra della media.

Eppure molti altri siti d’informazione ed approfondimento, tra cui il sito cospirazionista Info Wars di Alex Jones, hanno diffuso una versione distorta e travisata della causa sopracitata riferendo come “quasi 200 persone” siano state arrestate in Australia per aver provocato di propria spontanea volontà incendi boschivi, dolosi, che starebbero distruggendo l’intera nazione.

Stando a fonti più attendibili, ossia le dichiarazioni della polizia del Nuovo Galles del Sud, dall’8 ottobre 2019 sarebbero 183 le persone accusate di reati legati ad incendi boschivi, tra cui 53 accusate di presunta inosservanza del divieto totale d’incendio, 47 accusate di aver gettato una sigaretta accesa e soltanto 24 accusate davvero di aver deliberatamente appiccato incendi.

Tra queste 24 persone, inoltre, la stampa locale  fa notare come non tutte abbiano davvero contribuito a scatenare gli incendi, comprendendo casi come quello di un uomo a Wallacia, nei sobborghi di Sydney, multato per aver acceso un fuoco al fine di prepararsi un’innocua, ma al contempo pericolosa tazza di tè. Simile a tale caso quello di un altro uomo nella città di Tarro, accusato anch’egli di aver acceso un fuoco per cucinare del cibo.

In entrambi i casi è bene precisare che questi incendi sono stati da tempo domati dalle squadre di soccorso dei vigili del fuoco

Ciò vuol dire che in realtà gli incendi in Australia non sono da attribuire ai fantomatici 200 piromani, ma a circa 20 persone sospette (secondo fonti ufficiali delle autorità) oltre che a un centinaio di individui che potrebbero avere agito senza dolo, solo per una semplice casualità.

La diffusione di queste notizie amplificate nei dati e nelle circostanze, potrebbe in realtà essere uno strumento politico utilizzato per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dal tema urgente dei cambiamenti climatici, che in certi ambienti del conservatorismo politico è solo una patata bollente da rimuovere e non affrontare.

Su tale linea di pensiero sembra schierarsi anche Jane Wilson, editorialista e giornalista di The Guardian, che così si è espressa al riguardo: “Purtroppo i piromani esistono tra noi , e sono sempre un fattore di incendio doloso. Il numero di arresti viene messo in evidenza dai media di destra per confondere le acque ed evitare di discutere il vero motivo per cui la stagione degli incendi boschivi è più lunga e pericolosa”.

Non deve stupire, fatte queste considerazioni, che il comunicato della polizia del Nuovo Galles del Sud è stato deformato in maniera sbagliata da alcuni siti vicini all’estrema destra, alla stregua del già citato Infowars e di Breitbart, anch’esso celebre per il diffondere contenuti falsi ed il negazionismo assoluto delle tesi scientifiche in ambito ambientale.

Morti milioni di animali: efficacia mediatica di un’iperbole o calcolo scientifico?

Risale a pochi giorni il comunicato stampa in cui WWF Australia comunica che «oltre 1 miliardo e 250 milioni di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dalle fiamme che hanno bruciato 8,4 milioni di ettari in Australia».

Ed è lo stesso WWF a darci spiegazione di questo dato raggelante, proveniente da alcuni calcoli fatti da Chris Dickman, professore di Biologia alla University of Sydney, che già il 3 gennaio 2020 si era apprestato ad esplicitare sul sito ufficiale della sua università il metodo di calcolo utilizzato, innanzitutto, per elaborare una prima stima, oggettivamente dimezzata, del numero di animali coinvolti negli incendi, attestato sulle 480 milioni di unità.

Il risultato ottenuto dal Dickman prende le mosse dalla premessa che in un ettaro di terreno del Nuovo Galles del Sud, uno degli Stati australiani maggiormente coinvolti dai roghi, in media vivano 17,5 mammiferi, 20,7 uccelli e 129,5 rettili.

Dickman, infine, ha moltiplicato la somma di questi numeri per l’area del Nuovo Galles del Sud stremata dagli incendi ed ha ottenuto così il numero di circa 500 milioni di animali, cifra considerata dallo stesso professore come “molto prudente”

Ma il 6 gennaio è lo stesso Dickman ad aggiungere, in un’intervista all’Huffington Post statunitense, che questa stima bisognava d’essere aggiornata, estendendo i calcoli utilizzati agli altri Stati australiani coinvolti ed  inserendo in questi la non irrilevante presenza degli invertebrati. A partire da questa puntualizzazione la già considerevole cifra del calcolo precedente è stata sostituita con un numero superiore al miliardo.

Pur tuttavia, questi dati catastrofici, sebbene suffragati da correte speculazioni scientifiche, devono anch’essi passare al vaglio di un’attenta analisi, così come hanno spiegato il 4 gennaio anche fact-checkers del Reality check team della Bbc.

Difatti, senza comunque sminuire la questione, è doveroso specificare che il numero in questione fa riferimento agli animali coinvolti dagli incendi e non a quelli uccisi, poiché dopotutto esistono diverse specie, in particolar modo tra i mammiferi e gli uccelli, capaci di fuggire dalle fiamme e destinate a non soccombere necessariamente all’interno di esse.

Rimane dunque un compito arduo quello di quantificare con esattezza quali e in che numero siano ad oggi le vittime degli incendi tra le specie viventi in Australia, ma nonostante ciò non è possibile restare indifferenti dinnanzi alla più che plausibile morte di centinaia di milioni di esseri viventi.

Cammelli abbattuti a causa degli incendi ed estinzione di massa dei koala.

Nelle ultime ore cammelli e koala, tra tutte le specie animali delle incontaminate pianure australiane, hanno ricevuto particolare attenzione.

Non possiamo nascondere che nell’area di Anangu Pitjantjatjara Yankunytjatjara (Apy), regione dell’Australia Meridionale, è  già iniziato l’abbattimento di migliaia di dromedari, rei di mettere a rischio le riserve d’acqua della zona. Gli aborigeni che abitano l’Apy aggiungono anche, come causa delle necessarie contromisure, l’invasione dei centri abitati da parte di questi ed il pericolo per l’incolumità degli abitanti stessi. La questione non sembra dunque assumere un ruolo centrale nella vicenda dei roghi, ma ad essa appare connessa per via di un ricercato taglio scandalistico da attribuire alla drammatica situazione.

Ma questa notizia non è un’istantanea dell’attualità australiana.

In Australia, cammelli e dromedari sono da tempo considerati animali invasivi. Non autoctoni del continente, sono stati portati sull’isola nell’Ottocento dai coloni inglesi, nel 2010 si arrivò a stimare che la loro popolazione superasse il milione di unità.

Agi ha inoltre spiegato come: “A novembre 2019, invece, era circolata la notizia che gli incendi australiani avessero di fatto estinto funzionalmente i koala (in parole semplici, rendendo quest’ultimi non più in grado di svolgere un ruolo attivo nell’ecosistema). All’epoca il Wwf e diversi esperti avevano detto che questo scenario è ancora lontano dal realizzarsi, anche se il koala rimane un animale in pericolo. Se le condizioni di vita dovessero restare le stesse di quelle vissute dalle ultime tre generazioni, è molto probabile che entro il 2050 i koala si estinguano nell’Australia Orientale ed entro il 2100 nell’intero Paese”

Foto e video fuorvianti.

Per quel che riguarda le innumerevoli ed apocalittiche immagini che circolano nei più disparati organi d’informazione  in questi giorni, è necessario ricordare come il 6 gennaio del corrente anno il debunker David Puente abbia ricostruito su Open l’effettivo processo di creazione dell’immagine di una bambina con una maschera che tiene in braccio un koala, applicato al di sopra della foto di partenza della bambina, salvato dagli incendi che restano sullo sfondo, duplicati per alimentare l’incisività della foto, giungendo così a dimostrare come in realtà si tratti di un fotomontaggio, diffuso sui social con il messaggio «Pray for Australia» (prega per l’Australia).

Questione ben più articolata riguarda un’altra immagine, che ancor più della precedente ha trovato ampia condivisione sui social negli ultimi giorni, la quale mostrerebbe una foto dell’Australia sfigurata dai roghi vista dallo spazio.

 

Ma anche in questo caso è bene smorzare gli allarmismi, in quanto la presunta foto non è in realtà una foto. Infatti, da quanto si evince dall’analisi del 7 gennaio dei fact-checkers dell’agenzia stampa Afp, l’immagine sarebbe un’elaborazione grafica 3D realizzata dal fotografo australiano Anthony Hearsey, che utilizzando il programma Cinema 4D (software utilizzato per l’animazione e la modellazione tridimensionale) ha rielaborato i dati satellitari della Nasa sugli incendi che hanno colpito l’Australia nell’arco temporale che va dal 5 dicembre 2019 al 5 gennaio 2020. Da ciò possiamo dedurre come l’incredibile immagine non sia emblema della situazione attuale della crisi ambientale Australiana, ma sommatoria della quantità d’incendi che si sono susseguiti nel giro di un mese.Esistono comunque vere immagini satellitari della Nasa che mostrano gli incendi dall’alto nella fatticità della situazione, ma l’effetto visivo che si prova osservandole è diverso da quello della rielaborazione 3D.

Nonostante ciò, a riprova del fatto che siamo comunque davanti ad una delle più gravi catastrofi ambientali degli ultimi anni, osservando certi scatti della Stazione spaziale internazionale (Iss) o dell’Agenzia spaziale europea (Esa), risulta impossibile non provare un certo sgomento davanti al bush-tipico paesaggio australiano fatto di praterie e timide boscaglie-in fiamme o già incenerito dagli incendi passati, ferite ambientali di un incontaminato che brucia davvero, purtroppo, anche senza i sensazionalismi.

Spiega il portale spagnolo di fact-checking Maldita che: «è diventato virale un video di un canguro abbracciato da una persona con un messaggio che dice che questa è una volontaria che ha salvato la vita dell’animale dagli incendi».

Ma in realtà, la donna in questione è la giornalista Laura Brown, la quale l’8 gennaio 2020 ha spiegato sul suo profilo Instagram che il canguro – ospite della riserva naturale The Kangaroo Sanctuary di Alice Springs, nello Stato del Territorio del Nord – non farebbe parte delle vittime degli incendi. Un altro video molto condiviso sui social mostrerebbe  invece tre ragazze prodigarsi nell’appiccare un incendio, ma anche tali immagini non possono essere accettate come specchio della reale condizione attuale dato che sono in realtà vecchie, risalenti al 2018.

L’abbraccio del canguro.

Risultati immagini per abbraccio canguro australiaLa stessa Repubblica precisa che: “Alle foto manipolate o artefatte fanno da contraltare le immagini, purtroppo vere e devastanti, di canguri bruciati o che giacciono a terra come soldati in fuga dalla guerra. Talmente forti, che a volte risultano difficili da accettare. Forse anche per questo sui social sono circolate ancor di più immagini di un’Australia “perduta”, che nulla o poco hanno a che fare con gli incendi di questi giorni. Ad esempio quella di due canguri, risalente ad almeno una decina di anni fa, che si abbracciano e sembrano consolarsi l’un l’altro. Oppure quella, anche questa di tre anni fa, in cui una donna abbraccia un canguro. Proviene dal Kangaroo Sanctuary Alice Springs, il centro che accoglie e si prende cura dei canguri prima di rilasciarli nella natura e suona come un augurio per allontanare l’incubo dei roghi e ritrovare la speranza della salvezza per la specie che, assieme ai koala, più rappresenta il patrimonio naturalistico dell’emisfero australe. Vera ma non recente, la foto che ritrae un koala sul lettino con le zampe immerse in acqua perché bruciate, anch’essa tra le più condivise durante l’emergenza che ha messo in ginocchio il Paese”

Meno disinformazione: Un occhio sincero sulla pochezza delle nostre politiche ambientali.

Ad di là delle bufale dei social e delle speculazioni politiche rimangono  i dati che ci parlano di cambiamenti annunciati, di necessarie rimodulazioni delle politiche ambientali e della connessione, spesso celata, del nostro presente con il futuro che verrà.

A fine 2019, il Climate Change Performance Index (Ccpi) – uno degli indici più autorevoli che periodicamente valuta le politiche dei singoli Paesi al mondo per contrastare l’emergenza climatica, sulla base degli accordi dei singoli INDC (contributi alla lotta ai cambiamenti climatici delle singole nazioni) e delle percentuali fissate da questi entro il 2030 – ha posto l’Australia nelle ultime posizioni della propria classifica. Peggio dell’Australia fanno solo la Corea del Sud, Iran, Taiwan, Arabia Saudita e Stati Uniti.

Il Climate Action Tracker, sito che consente il monitoraggio di quanto un Paese stia effettivamente rispettando gli impegni presi con l’Accordo di Parigi nel 2015, certifica anch’esso come siano in realtà «insufficienti» le politiche ambientali fino ad oggi attuate dall’Australia per ridurre il proprio contributo al riscaldamento globale.

Lo stesso Climate Action Tracker spiega che le manovre approvate nel 2019 dal Paese al riguardo sono del tutto inconsistenti con gli obiettivi indicati dalla comunità scientifica, soprattutto per quel che riguarda la riduzione del sostegno governativo all’industria del carbone, invece alimentato dal programma politico del premier negazionista Scott Morrison.

Crisi ambientale e falsa informazione: un cerchio che si chiude a nostro discapito.

Dati della Nasa affermano che gli stessi incendi starebbero contribuendo alla crisi climatica globale attraverso l’emissione di circa 350 milioni tonnellate di CO2, le quali con molta probabilità andranno ad aggiungersi alle già vorticose spirali di questa sequela di noncuranza e falsa informazione che in Australia e nel resto del nostro pianeta stanno ormai prendendo parte attiva dell’incontrollato processo di distruzione ambientale di cui l’uomo spesso, troppe volte, è stato e sembra voler essere ancora la prima causa reale.

 

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