L’identità plurale della Sicilia

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Ci sono tante identità siciliane almeno quante sono le analisi e le considerazioni che in merito si possono fare. Secondo lo storico Massimo Costa, ad esempio, “La Sicilia non ha un’identità “marmellata”, amorfa, indefinita. E nemmeno una identità “passiva”, frutto di fantomatiche “dominazioni” alle quali avrebbe assistito come spettatore muto.

E nemmeno una altrettanto fantomatica identità “araba” che crea un falso mito su quello che è stato solo un ingrediente, con la sua relativa importanza, in un percorso enormemente più complesso.” Il dibattito sull’identità isolana non è una novità, anche se in questi giorni è tornato in auge in seguito alle vicende politiche relative alla possibile nomina di un assessore leghista nella giunta siciliana presieduta da Nello Musumeci.

In realtà, e qui ha ragione Costa, non vi può essere una sola identità siciliana, ma bisogna valutare, come diceva Gesualdo Bufalino, la pluralità di quest’isola. Una cosa è certa, a prescindere dalle diverse sfumature interpretative: la Sicilia è una singolare concentrazione di culture differenti, di espressioni artistiche mirabilmente stratificate e in costante dialogo tra loro, una realtà in cui nulla è ciò che sembra (ricordiamo che è la patria di Pirandello), in cui tutti i paradigmi sono rovesciati per uno strano sortilegio e che persino lo spirito religioso (di questo ne era convinto Leonardo Sciascia) è tutto tranne che una autentica manifestazione di spiritualità.

Il dibattito sulla identità siciliana si intreccia con il tema dell’autonomia e della “sicilitudine”, termine, quest’ultimo, che nel corso del tempo è diventato insostenibile perché farcito di retorica, di luoghi comuni, di sterili logomachie finalizzate solo a fare mero colore. La Sicilia, cerniera del mediterraneo, si è trovata a vivere la condizione del luogo frastagliato di identità, violentato nei secoli da una permanente condizione di terra di frontiera che, di fatto, ha impedito la crescita di uno spirito autoctono che si sarebbe potuto rintracciare presso i primi insediamenti censiti dalla storia (sicani, elleni etc).

Oggi, in tempi di omologazione culturale e di globalismo endemico, si sono smarrite le peculiari radici culturali di ogni popolo, al punto che potremmo ritrovarci nelle parole del filosofo Manlio Sgalambro per cui l’essere siciliano corrisponde a un destino di cui si deve soltanto prendere atto. Siamo siciliani come potremmo essere irlandesi o altro, essendo la Sicilia semplicemente il terreno sul quale poggiano i nostri piedi.

Ma chi volesse scandagliare la pluralità dell’identità siciliana, posto che si possa parlare di identità in modo univoco, possono essere sempre utili le parole di Gesualdo Bufalino che,in modo mirabile, ha saputo evocarne la molteplicità identitaria.

Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.

Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore.

Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.

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