L’irredimibile Sicilia che fa gola al ricco Nord

Il malaffare unisce il Paese a suon di mazzette
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Una delle più illuminanti frasi di Leonardo Sciascia, “la palma va a Nord”, oggi è più che mai attuale.
Il Nord e il Sud del Paese si sono pacificati all’insegna del malaffare, della complicità nel meccanismo della spartizione del potere e degli affari, nella gestione degli appalti milionari in settori chiave dove scorrono i soldi e gli interessi economici di gruppi e potentati.
Colossi industriali del Nord quali, ad esempio, il gruppo Siram, la Manutencoop di Bologna, il friulano Euro&Promos, sono solo alcuni nomi di grandi aziende che compaiono nella inchiesta denominata “Sorella Sanità”, che ha portato agli arresti alcuni importanti manager siciliani responsabili, attraverso la Centrale unica degli appalti, di gare per circa 3 miliardi di Euro.

Queste aziende, secondo gli inquirenti, avrebbero tratto benefici da questo meccanismo corruttivo di cui sarebbero protagonisti alcuni esponenti di quella che, con efficace arguzia linguistica, è stata definita la “mafia dell’antimafia”. Un sistema cinico e spietato che usa il paravento della legalità per legittimare comportamenti illeciti, avvolgendo in una sorta di aurea di infallibilità coloro che ne sono parte integrante.

E’ noto ricordare che lo stesso scrittore di Racalmuto, in un famoso intervento pubblicato sul corriere della sera, parlò per primo dei “professionisti dell’antimafia”, di coloro che nella vita pubblica utilizzano il marchio della legalità per fare carriera politica trasformando in questo modo la lotta contro la mafia in una opportunità per acquisire potere e posizioni dominanti in settori chiave della società.

Gli esempi sono tanti e conosciuti, dal mondo della politica a quello dell’imprenditoria, da settori delicati della giustizia al mondo dell’informazione. Sono tanti i rampanti e carrieristi che hanno sfidato le leggi del pudore ammantandosi di un velo impenetrabile di santità, alimentando un manicheismo becero che mette da una parte i buoni (ovviamente loro e i propri sodali) e i cattivi (coloro che mettono in dubbio la “moralità” dei loro comportamenti).

In nome di questa diffusa legalità dell’illegalità – volendo parafrasare – si sono ritrovati allo stesso banchetto grandi imprenditori settentrionali e manager di aziende pubbliche del Sud, gruppi industriali di grande fama e centri di spesa pubblica dove il manager di turno, grazie alla credibilità acquisita nel campo della mistica dell’antimafia, poteva godere di un ampio margine di discrezionalità.

Si scardina quindi il luogo comune di un Nord virtuoso e operoso da contrapporre a un Sud covo di intrecci malavitosi.

Oggi le mazzette e gli intrighi illeciti scorrono allegramente lungo tutto l’asse della nostra penisola, svelando scenari inquietanti per coloro che credono ancora alla possibilità di una rigenerazione morale.
Ovviamente gli ultimi episodi di cronaca giudiziaria sono solo l’ennesima tappa di una storia che, a partire dagli anni sessanta, ha visto intrecciarsi il malaffare con gli interessi imprenditoriali e speculativi. Nella Milano degli anni sessanta e settanta, imprenditori e affaristi di grande e piccolo cabotaggio non hanno disdegnato i favori della Cosa Pubblica, e spesso e volentieri esponenti della Mafia sono stati complici di grandi speculazioni immobiliari, tanto per citare uno dei settori più in vista della nostra economia.

In questo caso, cosi come succede oggi, il paradigma si è rovesciato: da una parte l’onesta manovalanza, spesso proveniente dal meridione del Paese, dall’altra il losco industriale appoggiato da esponenti della mafia che al posto delle coppole e delle lupare indossavano abiti firmati e cravatte con il brand di tendenza della moda.

La mafia è diventata una holding internazionale che parla lingue e idiomi contemporanei, transnazionali, sempre più in sintonia con il linguaggio del moderno business, distante anni luce dai vetusti luoghi comuni evocati da tanta letteratura e cinema.

Il Padrino ormai è un ricordo. Oggi al suo posto troviamo il giovane business man che allo slang meneghino alterna espressioni proprie del moderno mondo degli affari. Un vero e proprio rimescolamento delle carte, in cui è difficile per un occhio che non sia allenato, distinguere il buono dal cattivo, il bene dal male, e per restare all’efficace immagine sciasciana, la palma dalla betulla.

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