Maxi Processo in Calabria

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È iniziato a Lamezia Terme il più grande processo contro la mafia dai tempi di Falcone e Borsellino. Il secondo maxi processo conta 325 imputati, tra cui molti cosiddetti colletti bianchi – amministratori e politici locali – 440 capi di accusa, 900 testimoni e 58 collaboratori di giustizia, tra cui alcuni legati alla mafia siciliana.

Combattere un organizzazione criminale italiana è un affare pericoloso – un fatto di cui Nicola Gratteri sarà stato ben consapevole quando mercoledì 13 gennaio è entrato in un’aula buker allestita a Lamezia terme. Con 30 anni di esperienza nel campo della mafia, il procuratore  Gratteri è nato in Calabria, ha giocato e frequentava la scuola con ragazzi che poi crebbero fino a diventare ‘ndranghetisti.  Ha passato metà della sua vita sotto qualche forma di protezione. Nel 2005 si credeva che un nascondiglio di armi scoperto, tra cui un lanciarazzi e un kalashnikov, fosse stato organizzato per il suo assassinio. Prima della sua ultima udienza, nel  tentativo di sferrare un duro colpo al potente clan della ‘ndrangheta, i criminali lo avevano già descritto come “è un morto che cammina”.

La storia della ‘ndrangheta risale verosimilmente intorno al XIX secolo sotto il regno dei Borbone; nel XXI secolo è considerata l’organizzazione di tipo mafioso più potente in Italia e tra le più influenti al mondo.  Presente in gran parte dell’Europa occidentale, settentrionale e centrale, Australia, Nord e Sud America ed è attiva anche in Africa.

«La ‘ndrangheta è la mafia più pericolosa al mondo perché è anche strutturata con il vincolo di sangue, quindi spesso troviamo “una cupola nella cupola”.  Le cosche sono spesso unite da vincoli familiari e distaccarsi da questi è estremamente difficile. Rompere il vincolo di sangue significa parlare dei tuoi familiari, non è per niente semplice.
Per chi ha nelle mani grandi business come quello dei rifiuti o quello riguardante la produzione della cocaina, non c’è partner migliore della ‘ndrangheta, date le sue influenze globali. Garantisce, inoltre, un rischio di tradimento molto minore rispetto alle altre mafie», dichiara Luigi Bonaventura – un uomo che ha lasciato la sua famiglia criminale 13 anni fa e da allora ha messo dietro le sbarre centinaia di mafiosi.

Il percorso di vita di Bonaventura sembra essere stato tracciato dall’inizio. I nati in una famiglia ‘ndrangheta devono continuare la tradizione. Suo nonno Luigi Vrenna era uno dei capi più importanti del suo tempo, e lo stesso padre di Bonaventura lo rese “un soldato”, come dice lui. Da bambino ha imparato a sparare, a sopportare il dolore e ad uccidere gli animali per abituarsi alla violenza. Le armi hanno sostituito i giocattoli per lui. “Non hai un’infanzia.”

«I bambini soldato della ‘ndrangheta sono principalmente i primogeniti, sono tutti quei bambini concepiti per essere ‘ndranghetisti. Nelle famiglie di ‘ndrangheta se si hanno cinque figli, si potrebbe decidere che i primi due debbano intraprendere la strada malavitosa, mentre gli altri dovranno inserirsi nella società civile, per poi tornare a servire la famiglia.  I bambini soldato sono anche i ragazzini dei quartieri degradati, che diventano manovalanza per la ‘ndrangheta e così, come anche in Campania, nascono delle vere e proprie culle di criminalità all’interno di queste zone abbandonate. Ci tengo molto a questo argomento perché ho sofferto anche io da piccolo, come ti ho raccontato, aspettavo costantemente qualcuno che mi tirasse fuori da lì». conclude Bonaventura.

Ben 913 sono i testi citati dalla pubblica accusa (Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Nicola Gratteri con i pm Antonio De Bernardo e Annamaria Frustaci che hanno stilato la lista testi) nel processo con rito ordinario. Nel mirino degli inquirenti i legami con i colletti bianchi e la massoneria deviata.

Vietate alle televisioni le riprese delle udienze.

 

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