Millennial, una generazione alla ricerca di una vita normale

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La generazione definita dei “millennial” è al centro del dibattito sociologico e del gioco delle statistiche.

Anche la forbice cronologica, se cosi si può dire, varia a seconda del tipo di analisi che si mette in campo. Alcuni, per esempio, fanno rientrare in questa categoria i giovani nati tra il 1980 e il 1996, altri allargano la forbice ai nati nel nuovo millennio che però rientrano nella definizione di “generazione Z”, ovvero generazione zero (i nati dopo il ‘97). Questi ultimi secondo i dati forniti da Adl Consulting rappresentano il 50 per cento della forza lavoro, e sono anche i più formati e istruiti (oggi finisce l’università il 30% degli under 30 contro, ad esempio, il 16% dei trentenni degli anni settanta).

A causa di questo altissimo livello di istruzione, i ragazzi di questa generazione temono il declassamento sociale: l’impiego spesso non è all’altezza del livello di istruzione, il 30% lavora oltre l’orario e a 1 su 10 non vengono pagati gli straordinari. Se poi consideriamo che la loro ricchezza è inferiore al 54% della media nazionale, non sono senza fondamento i loro timori, anche in relazione al fatto che, al netto dei proclami della politica, non esistono leggi adeguate che tutelino le nuove professionalità e le mettano al passo del costo della vita.

Quello che sta succedendo, in pratica, è che nonostante l’alto livello di competenze, il mercato del lavoro, che si tratti di aziende o di pubblico, non premia adeguatamente gli alti profili, anzi li declassa, senza però concepire forme di welfare a sostegno. I ragazzi di queste fasce generazionali, nonostante la formazione e le esperienze acquisite, si trovano costretti a dovere tenere conto del sostegno della famiglia, dei genitori o dei nonni, essendo proprio il nucleo familiare la sola concreta forma di copertura sociale oggi esistente.

Questo stato di cose frena ogni progetto di vita; se nel dopoguerra il 75% concepiva il  primo figlio entro i 25 anni, ora la percentuale si attesta intorno al 30%. Lo sforzo di diventare “adulti” non viene premiato dalla società. Anzi, si moltiplicano i luoghi comuni e i clichè che vedono questi ragazzi schiavi della tecnologia e dei social, una generazione di sociopatici incapaci di stabilire connessioni emotive. Un vero paradosso che tradisce i dati della realtà. In fondo si tratti di generazioni che, consapevoli del loro alto livello di qualificazione, chiedono adeguate garanzie per realizzare una vita normale. Le garanzie che una società normale non dovrebbe fare mancare a coloro che sono destinati a reggere le sorti della nostra comunità e programmarne il futuro.

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