A tutte quelle persone che lavorano per salvare e salvaguardare tutti noi: sono loro la luce in fondo al tunnel.

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Non sappiamo quando tutto questo finirà. Nessuno lo può sapere davvero. Ma di una cosa possiamo essere certi: la tragedia del Corona Virus sta ribaltando tutti i paradigmi di una società al rovescio come la nostra, dove il talento diventa una colpa, il riconoscimento del merito un’utopia, l’attenzione verso l’altro da sè una forma di debolezza.

Come una cartina tornasole vengono a galla gli umori reali delle persone. Basta fare un giro sui principali social media per rendersi conto del bombardamento di rivendicazioni, di egoismi, di conflitti che si estendono lungo tutte le piazze virtuali, con il solito corollario di esperti da tastiera, di detentori di informazioni riservate (manco se fossero membri della Cia o del Mossad in incognito), a cui bisogna aggiungere gli “apocalittici” (è arrivata la fine del mondo, era tutto previsto), gli “integrati”, gli “indignati” in servizio permanente effettivo e tutti coloro che, non avendo spesso e volentieri nulla da dire, si divertono a vivere i loro famosi cinque minuti di notorietà (si fa per dire) parlando – quasi sempre a sproposito – di argomenti che non conoscono. Il “sentito dire” come verità assoluta, ontologica, che non si può mettere in discussione.

In questa torre di Babele perdiamo tutti. Perdono i politici, che rivelano la loro difficoltà a gestire gli eventi, a prevenirne e programmarne gli esiti; perdono gli intellettuali, incapaci di fare massa critica, di mettere in rilievo le contraddizioni della società; perdono i cittadini, sballottati tra slogan e infilate di numeri e proiezioni che danno conto delle perdite di vite umane giornaliere. Insomma, la nostra sembra ormai una società a perdere, che ricorda il famoso Titanic, il transatlantico affondato dall’iceberg, nella più totale incoscienza dei viaggiatori, ignari del pericolo mortale che stavano attraversando e anzi impegnati nelle ultime danze nel salone delle feste.

Eppure, consentiteci un grammo di retorica, in questo buio pesto riusciamo a vedere la famosa luce in fondo al tunnel. E’una luce fatta di persone comuni che in questi giorni, in queste ore, stanno compiendo sforzi sovrumani per tenere in piedi il nostro Paese. I medici, in primo luogo, presenti in tutte le strutture sanitarie e gli ospedali con la loro abnegazione e sprezzo del pericolo. Assieme a loro il personale sanitario e para sanitario, che sta lavorando senza conoscere orari e soste, mettendo a repentaglio la propria sicurezza personale. Non sono “eroi” ma persone con una grande professionalità, supportata da un grandissimo senso di responsabilità.

Assieme a loro gli uomini e le donne della Protezione civile, del volontariato, dell’associazionismo responsabile. E ancora le forze dell’ordine, di ogni genere e grado, impegnate in un costante controllo del territorio e spesso costrette a fare i conti con l’idiozia e la superficialità di alcuni cittadini. Ma sono “luce in fondo al tunnel” anche gli autotrasportatori, i farmacisti, gli edicolanti, i commessi e i cassieri dei supermercati, tutti quanti impegnati a garantire servizi essenziali per la comunità. Anche loro spesso obbligati a dovere gestire situazioni ai confini della realtà. E tanti ancora ne potremmo citare negli uffici pubblici, nei servizi per il cittadino e in altri settori determinanti per la vita dell’Italia.

Sono queste persone la nostra speranza, il punto da cui si dovrà ripartire, per trasformare questo momento di dolore e di perdita in una nuova rinascita. Il corona virus, questa entità terribile e ancora poco conosciuta, sta seminando morte e dolore, ma paradossalmente sta creando i presupposti per una palingenesi della società e del singolo individuo. Dopo questa epidemia tutto non potrà, e non dovrà essere come prima. Il nostro compito, come diceva un saggio orientale, è “trasformare il veleno in cibo” e “cavalcare la tigre”. Forse questo è il senso reale di ciò che sta avvenendo.

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