Pensieri dalla Milano assediata

"Sono milanese, abituato a circondarmi di una frenesia tanto assoluta quanto immotivata. Aveva ragione Pascal a dire che tutta l’infelicità del mondo dipende dalla nostra incapacità di sostenere la solitudine. Il più delle volte si va in giro per il puro rifiuto di stare in casa".
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A inizio 2016 lessi l’ultimo (in ordine di tempo) romanzo di Niccolò Ammaniti, “Anna”. Non mi piacque e su di esso scrissi una recensione che ora mi dà qualche imbarazzo perchè, da assurdo che poteva sembrare, quel libro si è rivelato in parte profetico. Racconta di un mondo in cui un virus sconosciuto stermina tutti gli over 16.

Gulp.

Le descrizioni sono inquietanti. Canali tv spenti per sempre, strade deserte, nessuna macchina, soltanto animali. Assordante silenzio di fondo.

Ecco, dovete sapere che io quasi ogni giorno da una settimana rompo l’isolamento domestico per recarmi da mio padre, che sta a 2,4 km da casa mia. Abitando in una zona verde, ne approfitto per andare a piedi, rigorosamente da solo, passo svelto e fronte bassa. Nella mia prima vita ero un gran camminatore, e ciò mi sta tornando utile.

Il motivo di queste trasferte sta nel fatto che mia figlia riceve i compiti tramite la sua piattaforma e-learning, e io devo prenderli, metterli su chiavetta e portarli da mio padre, che è munito di stampante. I carabinieri mi fermano quasi sempre ma ormai non mi chiedono nemmeno l’autodichiarazione. Mi conoscono.

E mentre i canali televisivi sospendono gli spettacoli e iniziano a mandare in onda solo film o materiale di repertorio, in singolare assonanza con la distopia di Ammaniti, io l’altro ieri, lungo la tratta di ritorno, percorrendo un viale residenziale pieno di alberi, di giardini in fiore e di prati smeraldo, non ho incontrato nessuno tranne un merlo.

Lo splendore della primavera, le sue luci, l’azzurro del suo cielo, quest’anno ottimo e abbondante in sardonico contrasto con le piogge e il freddo del 2019, abbagliavano muti.

Per chi ha letto quel libro è impossibile non farselo tornare in mente.

Sono milanese, abituato a circondarmi di una frenesia tanto assoluta quanto immotivata. Aveva ragione Pascal a dire che tutta l’infelicità del mondo dipende dalla nostra incapacità di sostenere la solitudine. Il più delle volte si va in giro per il puro rifiuto di stare in casa.

Milano deserta non è bella. Comunica un senso spettrale. Una cosa simile alle sale d’attesa degli ospedali, quando i parenti di un moribondo aspettano notizie dai medici.

La prima parte della mia camminata si svolge lungo uno stradone ad alto traffico che s’immette nella tangenziale. Di norma non lo percorro mai in macchina perchè il semaforo è sempre congestionato e costringe a code anche di dieci minuti.

Adesso su quell’asfalto ci sono piccioni e passerotti.

Dall’altro lato il viale costeggia l’inizio dell’area verde e ogni tanto s’incrociano uno, due, tre runner o qualche papà in bicicletta in compagnia del suo bambino, pure in bici. In maggior parte i runner non hanno la mascherina: una sorta di sfida arrogante alla sorte che, col loro ansimare, potrebbe renderli più contagiosi, se positivi al virus. È la versione ruvida del personaggio giunto al successo col nome di milanese imbruttito.

Ci sta, la mascherina non è obbligatoria, ma vi assicuro che i miei pensieri al loro indirizzo non sono edificanti.

Sono anche delegato, di quando in quando, a fare la spesa. Ho due supermercati nelle immediate vicinanze di casa. Uno è un ipermercato, si trova in un centro commerciale del quale è l’unico esercizio attivo insieme a una polleria e a un fornaio. Apre alle 8.30 del mattino. Ci sono andato lunedì alle 8.45.

Che ci crediate o no, la coda formava un’enorme U lungo l’intero edificio. Di fatto, a quell’ora (di un lunedì!) ci s’era già riversato il quartiere intero. Tutti silenziosi, cupi. Gelosi del loro metro di distanziamento dagli altri. Ma, credo, anche felici di aver la scusa per uscire dalle mura maledette.

Il karma umano è strano. Ci si affeziona ai bastardi e si respingono quelli che ti vogliono bene. Il maledetto, nella vita comune, è colui che ti dice la verità. In faccia e senza sconti. A poco vale il fatto che, dicendotela, ti faccia un gran favore. Nothing is more loving than the truth, ho sentito  tanti anni fa da un pastore protestante americano, ed è vero, ma vallo a far capire al recipiente. La verità ti fa male, lo so, cantava la Caselli, e noi questo dolore lo esprimiamo con l’aggressività di chi ha paura. Paura di cosa? Del crollo delle certezze, delle maschere, delle illusioni che la verità scioglie come neve al sole. Così il rimedio diventa la malattia.

Stessa cosa sta capitando nei confronti delle nostre mura domestiche. Sono il nostro scudo, l’unica barriera invalicabile per quella bestia d’un Covid. Ebbene, in tutta risposta non vediamo l’ora di valicarle, aggirarle, spesso con scuse risibili, a volte in palese violazione delle regole. È il caso di quegli anzianotti che all’inizio della stretta, il primo mattino di chiusura degli esercizi, si raggrupparono davanti alle serrande del loro bar lamentandosi per non potersi fare il consueto cicchetto. Una scena riportatami da un’amica.

La sorte ha voluto che io e i miei concittadini occupassimo uno dei tre vertici del triangolo attualmente più contagiato al mondo: Milano-Lodi-Bergamo. E a noi milanesi va pure bene, a confronto con ciò che sta avvenendo nel pedemontano.

C’è prudenza da un lato. Sfacciataggine dall’altro. Si vedano le metropolitane stipate, i picnic nei parchi non recintati, le passeggiate in gruppo o persino le partitelle fuori porta! Per non parlare degli uffici ancora pieni e delle facce incredibilmente contente di quelli che ancora ci si recano, come se il fatto di poggiare le proprie terga su una sedia dopo aver timbrato un badge sia un segno di realizzazione, di compimento esistenziale. Amici miei, avete mica più vent’anni: cosa cavolo vi ha insegnato la vita?

Ovvio, ci sono le eccezioni. Ci sono quelli che davvero sono indispensabili, che davvero se non andassero al lavoro ci lascerebbero tutti in braghe di tela. E sapete da cosa si distinguono? Dalla paura che gli scava i volti.

Sono i medici e gli infermieri in prima linea. I cassieri dei supermercati. Gli autotrasportatori. Quanti sono chiamati a organizzare, sovraintendere o presiedere le catene di montaggio, laddove ciò che montano sia realmente di pubblica utilità. E così via.

Costoro non sono affatto felici di andare a lavorare, e sono certo che se potessero si barricherebbero in casa senza annoiarsi mai. E a noialtri, che invece dalle maglie dell’isolamento cerchiamo con ogni pretesto di scappare, rivolgono probabilmente gli stessi pensieri che io dedico ai runner senza mascherina.

Così il cerchio si chiude, ma qui non è già più Milano. È Italia. Italia 2020. Anno bisestile.

Stefano Ferri

 

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