Stefano Ferri, oltre le convenzioni per essere se stesso

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Stefano Ferri è scrittore, giornalista, comunicatore, marito, papà. E’ anche il più noto crossdresser italiano, da molti anni indossa soltanto abiti femminili, riuscendo ad esprimere se stesso oltre i luoghi comuni e le convenzioni. Ecco la nostra intervista.

 

Partiamo dall’inizio. Chi è Stefano Ferri?

Buona domanda! Andiamo per gradi. Sono un giornalista, consulente in marketing e comunicazione per le aziende del settore turistico e turistico congressuale, e poi sono anche uno scrittore. Questo dal lato professionale.

Dal punto di vista umano invece sono un crossdresser, un uomo che indossa abiti femminili. Mi definisco crossdresser semplicemente perché sono l’unico o quasi, nessuna donna si autodefinirebbe in questo modo, anche se tutte quante indossano giacca e pantalone, proprio perché è ormai un uso comune e non costituisce eccezione. Siccome io sono l’unico uomo, o comunque uno dei pochissimi, a indossare abiti da donna, ecco che allora parlo di crossdressing, per orientare la comprensione a fronte della marginalità statistica del fenomeno.

I vestiti sono la superficie, non dicono nulla di ciò che c’è dentro. E ci sono tante forme di crossdressing, perché tante sono le ragioni spingono ad adottarlo come modus vivendi.

Voi donne cominciaste a indossare giacca e pantaloni per praticità, stessa praticità che segnò l’idea di Coco Chanel di accorciare i vostri abiti, laddove fino alla prima guerra mondiale erano tutti lunghi e ingombranti. Per l’uomo invece il discorso è molto più complesso. Può sembrare strano ma anche noi abbiamo i nostri margini di complessità…

C’è un crossdressing di scelta, per protestare contro le convenzioni sociali, un po’ come avveniva negli anni ’70 quando c’erano quelli che manifestavano con l’eskimo; c’è un crossdressing professionale, sempre per scelta, vedi gli attori che si “travestono”: abbiamo molti esempi sia nel cinema sia nel teatro. Poi ci sono i crossdressing non elettivi, come espressione di omosessualità o dell’inizio di un percorso di cambiamento di sesso. Anche i crossdresser “part time” fanno parte di questo gruppo non elettivo direi: sono quelli che di giorno li trovi inappuntabili in giacca e cravatta, in doppiopetto mentre lavorano in banca o  in altri ambiti, e poi la sera li incontri con la parrucca, seno finto e abitino corto in giro per i locali. Questi sono uomini che hanno una scissione interiore, per cui di giorno fanno una cosa e di notte un’altra.

E poi ci sono io, e i pochissimi come me.

Perché sei un crossdresser?

Sono un crossdresser perché, per ragioni legate alla mia infanzia, in me la fusione tra la parte femminile e la parte maschile non si è mai verificata. Ognuno di noi è un po’ maschio e un po’ femmina, due parti che con la maturità si fondono formando la “persona” a tutto tondo, con le sue caratteristiche, i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza. In me questo non è accaduto. Le due parti, maschile e femminile, sono rimaste complementari e distanti.

C’è Stefano, che è l’uomo che ti sta parlando, sposato, padre – non certamente madre – di una bambina, attratto dalle donne, amante di tante cose che in genere piacciono agli uomini: dalle macchine potenti ai film d’azione. E accanto a Stefano c’è la parte femminile, Stefania, che è una donna. Una donna innamorata di un uomo, che sono io.

Quando hai cominciato a capirti?

La mia comprensione è passata attraverso una fase di confusione estrema. Quando hanno cominciato a piacermi le ragazze notai che odiavo tutte quelle da cui mi sentivo attratto. Questa cosa mi ha fatto isolare, negandomi una vita sociale fino all’età di 29 anni. Ogni volta che una donna mi piaceva io la odiavo. Oggi so perché: Stefania era gelosa di lei. Ma all’epoca non capivo, e solo quando cominciai a litigare con tutto il mondo mi feci delle domande.

Al termine di questi anni tristi, un giorno, la mia parte femminile, ormai sinceratasi che io fossi soltanto suo, cominciò a dirigere la mia mano nell’armadio – metaforicamente – laddove io non avrei dovuto andare, cioè verso il guardaroba femminile. Era il 1995. Quello è stato il momento in cui ho iniziato la “transizione”, diciamo così, gradualmente effeminando il mio abbigliamento da uomo. Negli anni precedenti, pur avendo avuto sempre attrazione verso i vestiti da donna, negavo a me stesso questa realtà: la società lo avrebbe considerato indecente e questa cosa mi condizionava nella scelta. Io qui ho imparato una grande lezione di vita: una persona deve risolversi, perché una persona irrisolta è repressa e una persona repressa prima o poi cerca di vendicarsi e diventa pericolosa.

Passare dalla giacca e la cravatta al tacco a spillo e mini abito non è una cosa che si fa dall’oggi al domani. Io ho impiegato 14 anni. Dal ’95 al 2002 ho effeminato il mio guardaroba gradualmente, e nei successivi sette anni l’ho trasformato da maschile a femminile. Dal 2009 non ho più nulla di maschile nell’armadio.

Un percorso graduale quindi.

Gradualissimo. Oggi per me è normale indossare una gonna o un abito, ma un tempo non lo era affatto.

Nel frattempo ti sei sposato e sei diventato padre.

Io mi sono sposato prima di essere crossdresser, nella fase in cui effeminavo il guardaroba. Però sai, c’è un proverbio illuminante: chi fa l’avvocato di se stesso ha come cliente uno sconosciuto. Gli altri hanno sempre una chance d’oro per “conoscerci” a fondo, e questa chance scatta nell’istante del primo incontro, della prima occhiata, della prima stretta di mano. Poi dall’istante successivo tutto si perde, non conosceremo mai più il nostro interlocutore così bene, ma intanto in quel primissimo momento l’abbiamo compreso nella sua totalità. Ecco, credo che con la mia futura moglie sia andata così. Lei deve aver intuito cosa c’era dentro di me, ciò che sarei diventato, nell’attimo in cui ci incontrammo. Indossavo un vestito bluette e una camicia trasparente. Penso di esserle piaciuto così, perché altrimenti non credo avrebbe fatto una figlia con me quando ero già crossdresser al 100%, sarebbe scappata. Comunque non nego che abbiamo combattuto una battaglia, a volte è stato drammatico.

Nel mondo del lavoro, con gli amici, nelle relazioni sociali la tua scelta ti ha creato dei problemi?

Per quanto riguarda gli amici, io mi sono fatto una vita sociale da crossdresser, perché prima non riuscivo a relazionarmi, mi ero isolato. Sul lavoro è stato tremendo perché nel 2005 dirigevo un mensile, pensa!, e dovetti dare le dimissioni. Ora, tu capisci cosa significa precipitare a zero da direttore di una rivista. Non lo auguro a nessuno.

E’ il prezzo che hai dovuto pagare per essere te stesso?

E’ stata anche la mia fortuna. Nei 4 anni e mezzo in cui avevo diretto quella rivista mi ero fatto un giro di conoscenze pazzesco, gente che mi stimava per le mie qualità professionali, nel mio settore divenni molto conosciuto. Quando si è sparsa la voce che ero libero, che avevo aperto partita Iva, cominciarono ad arrivare tante richieste di collaborazione. A quel punto aprii la mia agenzia. Le circostanze, ho capito dopo, mi hanno spinto a fare il lavoro che più mi è cucito addosso, quello di PR. Mettiti nei panni di un’azienda che affida a me il compito di rappresentarla, scientemente, sapendo a chi la sta affidando. Sai cosa vuol dire avere come rappresentante un individuo che risulta indimenticabile al primo sguardo? Se non fossi passato attraverso le forche caudine delle dimissioni, non ci sarei mai arrivato.

Dopo un momento disastroso sei rinato trovando la tua vera strada.

Passai un anno tremendo, ma in fondo al tunnel c’è stata una bella luce.

Oggi com’è la tua vita?

Oggi la mia vita è divisa tra Roma e Milano, lavoro parecchio con tante strutture ricettive e faccio lo scrittore. Sono già al terzo romanzo (“La ricompensa”-prima parte) e non posso fare a meno di scrivere.

Quando cammini per le strade ti capita di intercettare sguardi particolari, di ricevere insulti, di provare disagio?

Dopo tanti anni da un lato mi sono educato a non vedere, perché se dovessi osservare tutti quelli che mi guardano sarebbe pesante, però, se ti educhi a non vedere, tutto ti scivola addosso. Fondamentalmente la gente si fa gli affari propri.

C’è qualcosa che ancora non hai realizzato, un sogno, un desiderio?

Arrivare primo in classifica con un romanzo. E’ l’unica cosa che mi manca, le altre tutto sommato le ho realizzate.

Sei felice?

Di una felicità consapevole. Affronto le difficoltà della vita, le difficoltà della libera professione, di essere padre. Pago per tutto, però ho conquistato la mia vita, anche se a caro prezzo.

Fondamentalmente non credo di aver combattuto una battaglia più difficile di altre. Ho combattuto una battaglia più evidente delle altre, sì, ma solo questo. Tu mi vedi e capisci subito per quale motivo soffro e combatto, io vedo te e non capisco per quale motivo soffri e combatti, ma non ho il diritto di pensare che la tua lotta sia meno dura. Alla fine penso che a tanta gente sia andata peggio che a me.

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