Virus mutanti e nuovi sguardi del cinema

In tempi di virus mutanti, in cui cambia il nostro stile di vita e la percezione delle cose del mondo, è utile riflettere sulle trasformazioni del cinema, sulle infinite possibilità della sua riproducibilità che, da tempo, si è trasferita dal grande e piccolo schermo alle migliaia di piattaforme video che ne determinano la fruizione
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In tempi di virus mutanti, in cui cambia il nostro stile di vita e la percezione delle cose del mondo, è utile
riflettere sulle trasformazioni del cinema, sulle infinite possibilità della sua riproducibilità che, da tempo,
si è trasferita dal grande e piccolo schermo alle migliaia di piattaforme video che ne determinano la
fruizione, innescando nuovi modelli di narrazione, dilatando e moltiplicando i suoi contenuti attraverso la
ragnatela virtuale che avvolge il post villaggio globale del terzo millennio.
Cambiano le forme naturalmente, si impongono sguardi nuovi e affiorano nuovi registi che attraverso le
loro opere stanno costruendo un inedito immaginario intriso di realismo, surrealismo, potenti relazioni tra
società, famiglia e individuo, anche attraverso l’elaborazione di un nuovo mood di rappresentazione della
realtà che passa attraverso la rielaborazione estetica dell’idea di “messa in scena”; che si tratti della
posizione della macchina da presa, oppure della relazione fra corpi e spazi, o dell’uso del colore o del
fuori campo, esiste indubbiamente una tensione interna alle nuove inquadrature che ci sta restituendo il
cuore pulsante del mondo, una istantanea credibile di ciò che siamo e di dove stiamo andando. Un nuovo
paradigma che oscilla tra lo stato di natura (in cui l’individuo sembra ripiegarsi) e lo stato di società (dove
si ridiscute il modello di polis mondiale).
Stilare un elenco di questi nuovi autori richiederebbe uno spazio considerevole, possiamo citarne alcuni
tra i tanti che hanno dato prova di uno sguardo nuovo. Ari Aster, per esempio, newyorkese già acclamato
“maestro del genere horror”, autore di due film – “Hereditary, le radici del male” e “Midsommar – il
villaggio dei dannati”, in cui attraverso la rielaborazione dei codici del genere ha saputo delineare un
finissimo ritratto delle nuove pressioni sociali mettendo in discussione concetti come la responsabilità
dell’individuo e l’empatia. E’ interessante anche recuperare su Vimeo e Youtube un suo corto, “The
strange Thing About the Johnsons” , nel quale si intravede l’adozione, da parte dell’autore, di un occhio
bergmaniano.
E sempre in linea con un discorso d’autore non si può non citare Bi Gan, regista molto ispirato da Andreij
Tarkovskij, che nel suo film di debutto “Kaili Blues” (2015) ha saputo mescolare lo sperimentalismo
radicale con il recupero della tradizione in un altenarsi sconcertante di piani sequenza e furiosi movimenti
di Steadycam per approdare, nella sua ultima opera “Long Day’s Journey into night” ad un epilogo reso
da uno spietato piano sequenza in 3D che, in qualche modo, chiude il cerchio di una narrazione di
straordinario talento.
La regista e produttrice Petra Costa, brasiliana (classe 1983), nel suo documentario “Elena” (disponibile
su Netflix) ha dimostrato di sapere alternare registri linguistici spesso contrapposti, ispirandosi alle visioni
di Cronenberg (vedi la produzione di “Extase” di Moara Passoni)ed esemplificando l’idea di un cinema
sempre in progress, connotato da una inquietudine esistenziale che non disdegna uno sguardo sulla realtà
socio-politica contemporanea.
Tra gli italiani è interessante citare i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo (già sceneggiatori di
“Dogman” di Matteo Garrone). Poeti, fotografi entrambi, capaci di individuare il filo rosso di un ritratto
generazionale che deflagra in una versione neo acida del neo neo-realismo italiano. Si veda, per esempio,
“La terra dell’abbastanza” (visibile su Skygo o in Home Video), col suo impianto noir criminale, oppure
la raccolta di poesie “Mia madre è un’arma” (pubblicato da La nave di Teseo) in cui si fanno i conti con
gli esiti grotteschi delle relazioni familiari.
Concludiamo questa breve carrellata con Gabriel Abrantes, regista portoghese/statunitense con una
vocazione al surrealismo cialtrone e alla poetica del “post tutto”. Nelle sue opere, in particolare “Palacios
de Pena e diamantino- il calciatore più forte del mondo” evoca e rende attuali le visioni di Anger e
Warhol, creando sublimi pasticci visivi che sfociano nello sconfinamento, nella capacità di guardare oltre
l’immagine per saturarne i contorni recuperando nuove visioni mai viste prima. Di che cosa è occhio
l’occhio sembra chiederci. Anche in questo caso, anzi mai come in questo caso, la risposta è work in
progress.

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